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stagione — 4

STAGIONE 4 : PUNTATE DALLA N. 31 ALLA N. 40 + eventuali puntate speciali e backstage

— Puntata 31 : Martedì 31/03/2026

📍 Il negozio “Sorrisi ed Emozioni” era chiuso,
un cartello appeso sulla porta citava “chiuso per malattia”.

Anthony Rose era immersa nel silenzio del suo ufficio. Un silenzio pesante, come se l’aria stessa sapesse che stava per accadere qualcosa di irreparabile.

Ad un tratto nel corridoio apparve una figura camaleontica, come un foglio trasparente che ondeggiava difronte ad ogni oggetto e parete.

Anthony rimase immobile, pietrificato. La figura si sedette difronte alla sua scrivania e si mostrò in carne.

Anthony bisbigliò «Maga… non mi aspettavo che...»

«Lo so» lo interruppe lei, con voce calma. «Non ti aspettavi molte cose, ultimamente.»
«Non sei venuto alla riunione» disse la Maga, fissandolo. «Hai mandato un messaggio. Un messaggiooo.» La parola le uscì come un veleno.

Anthony abbassò lo sguardo. «Non stavo bene.»

«Non mi interessa» lo tagliò lei. «Tu sei un Rose. E i Rose non mancano mai.»

Silenzio.

Poi la Maga si alzò lentamente, avvicinandosi a lui. «Forse hai dimenticato chi siamo. Lascia che te lo ricordi.»

Si fermò a pochi centimetri dal suo volto. La sua voce era un sussurro, ma riempiva la stanza.

La maga iniziò un monologo «La morte è un concetto primitivo. Un limite umano. Noi non moriamo. Noi ci trasformiamo. Il corpo è un contenitore. La coscienza è trasferibile. La vita può essere spostata. L’identità può essere conservata. L’evoluzione è continua.»

Lei lo guardò negli occhi. Anthony stava sudando.

La maga continuò il sermone «Noi non cerchiamo l’immortalità. Cerchiamo la continuità dell’essere.»

Posò una mano sul tavolo. Le vene sembravano radici. Enumerò lentamente: rituali antichi, manipolazioni genetiche, sostanze psicoattive, conservazione della memoria, simboli biologici, luoghi energetici.

«Laura non è morta. È stata trasformata. Assorbita. Fusa. Preservata.»

Anthony chiuse gli occhi, come se volesse respingere l’immagine.

Il sermone continuò, la stanza vibrava «La sua coscienza è ancora lì. Nel pioppo. Nel Lido.

Martina è il risultato dell’esperimento. La seconda fase. Il ponte.»

Enumerò con lentezza chirurgica: poteri latenti, ricordi non suoi, memoria genetica, l’accesso alla cripta, completamento della reincarnazione.

«Lei è la chiave. Lei è l’erede. Lei è il pericolo.» Urlò la maga
«La cripta è un dispositivo. Un archivio vivente. Un passaggio.»

La Maga sfiorò un libro sul tavolo. Il dorso si incrinò come pelle secca.
«Solo Martina può aprirla. Perché solo il suo DNA è stato progettato per farlo.»

Anthony tremava.
La Maga sorrise appena.

«Io ho attraversato più corpi di quanti tu possa immaginare. Ho visto generazioni nascere e dissolversi. Io sono la custode. Io sono la continuità.»

Poi, con voce più bassa:
«E presto… avrò bisogno di un nuovo corpo.»

Anthony impallidì.

La Maga si alzò e scomparve nel corridoio come al suo arrivo.


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— Puntata 32 : Domenica 05/04/2026 

📍 Le serrande abbassate, le luci spente, l’aria immobile.

Anthony Rose arrivò davanti alla porta del suo negozio, guardandosi attorno con nervosismo.

Non sapeva che, dall’altra parte della strada, Sergio lo osservava.
Appoggiato alla sua auto, con un cappuccio scuro e le mani in tasca, Sergio seguiva ogni movimento. Non era lì per caso. Da giorni aveva notato comportamenti strani, orari insoliti, chiusure improvvise.

E qualcosa gli diceva che Anthony stava nascondendo più di quanto volesse ammettere.
Anthony entrò nel negozio. Fuori, Sergio annotò mentalmente l’ora.

Anthony avanzò lentamente, come se temesse di disturbare qualcuno. Si fermò un istante, respirando a fondo.
Poi parlò.
«Daniel… sono io.»

La statua era al suo posto, nell’angolo più buio del negozio. Una figura a grandezza naturale, scolpita in legno chiaro. Il volto sereno, gli occhi fissi nel vuoto. Troppo perfetti per essere solo legno.

Anthony si avvicinò, trascinando una sedia. Si sedette davanti alla statua, come si fa con un malato grave.
«Lo so che mi senti» mormorò. «Anche se non puoi rispondere.»

Silenzio.

Anthony si passò una mano sul viso. Aveva le occhiaie profonde, la barba incolta, le mani tremanti.

«La Maga è venuta qui, ci ha… ricordato chi siamo.» Deglutì.

Guardò la statua negli occhi. Gli occhi non si muovevano. Eppure Anthony ebbe la sensazione che lo stessero osservando.

«Ti ha punito» disse piano. «Ti ha trasformato in questo. In un… contenitore. Un guscio. Un monumento vivente.»

La voce gli si spezzò.

«Non te lo meritavi.»

Un rumore leggerissimo, come un tic, risuonò nella stanza. Forse il legno che si assestava. Forse no.

Anthony si irrigidì.
«Daniel… se sei davvero lì dentro… dammi un segno.»

Niente.

Solo il ronzio lontano di un neon morente.
Anthony si alzò, iniziò a camminare avanti e indietro.

«La Maga dice che presto avrà bisogno di un nuovo corpo.»
Guardò la statua. «Daniel… io non posso permettere che lo faccia. Non a Martina.»

Un altro tic. Più forte.
Anthony si voltò di scatto.
Un minuscolo frammento di legno era caduto ai piedi della statua. Appena visibile. Appena nato.

Anthony si avvicinò, il cuore in gola.
«È un sì?» sussurrò. «Vuoi che la protegga?»
La statua rimase immobile. Ma l’aria attorno sembrò farsi più densa, più viva.

Anthony posò una mano sul braccio scolpito. Il legno era freddo. Ma sotto quel freddo… c’era qualcosa.
Un’eco. Un residuo. Una presenza.

«Ti giuro che farò qualcosa» disse Anthony, con voce rotta. «Non so cosa. Non so come. Ma non lascerò che la Maga la prenda.»

Fuori dal negozio, Sergio guardò l’orologio. Anthony era dentro da troppo tempo. E non aveva acceso nessuna luce.

Qualcosa non tornava. Verso le ore 22:00 finalmente Anthony uscì dal negozio.

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— Puntata 33: Domenica 12/04/2026

📍 Anthony Rose era nel retro del negozio "sorrisi ed emozioni", dove l'odore di carta vecchia e incenso sembrava proteggerlo dall'occhio inquisitore del mondo esterno.

Si sedette alla scrivania e aprì il Libro di Famiglia. Non era un semplice diario, ma l'atlante di una stirpe che considerava la scienza come l'unico vero linguaggio divino.

«Non siamo fanatici,» mormorò Anthony, sfiorando le pagine ingiallite. «Siamo i decifratori del Fiat Lux.»

Per Anthony, la Legge dell’Inizio era la base di tutto. Sapeva che l’Universo non era nato dal nulla, ma da un impulso creativo chiamato Inflatone. Da quell'istante, la storia del cosmo era stata un immenso montaggio cinematografico lungo 13,8 miliardi di anni: dalle prime stelle che "cucinavano" il carbonio e l'ossigeno, fino alla nascita della Terra e dell'essere umano.

«Siamo polvere di stelle che ha preso coscienza di se stessa,» scrisse. «La scienza non è nemica di Dio; è lo strumento per capire come Lui ha scritto la realtà.»

Si guardò intorno, osservando gli oggetti nel negozio. Per un Rose, nulla era inerte. Secondo la Legge della Memoria Stratificata, ogni sedia vuota, ogni orologio a pendolo fermo tratteneva un’impronta emotiva. 

«L’anima di un luogo non muore, si trasmette,» pensò guardando la statua di Daniel. Per lui, quel legno non era silenzio, ma il Battito del Tempo Silenzioso. La sedia accanto alla statua sembrava aspettare qualcuno da decenni. Gli oggetti erano "carichi" di abitudini, e toccarli significava toccare chi li aveva posseduti.

Ma era il pensiero della morte a tormentarlo di più. Ripassò mentalmente la Legge del Riflusso: la morte non era un evento, ma un processo di estrazione.

Sapeva che l'anima "prendeva le misure" prima di andarsene, riallineando i corpi sottili. Quel miglioramento improvviso che molti scambiano per guarigione, per la setta è il "Ponte d'Oro": l'anima che richiama il Prana dai centri periferici per concentrarlo nel cuore e nella mente, permettendo al morente di risuonare con la frequenza dell'Oltre.

«Laura ha fatto così,» bisbigliò Anthony. «Ha usato il suo ultimo bagliore per illuminare il sentiero di Martina.»

Poi, il suo pensiero andò alla genetica. Per i Rose, il DNA era un Capolavoro Epigenetico. Sapeva che un padre non trasmette solo il colore degli occhi, ma un intero "software" di creatività e genialità.

La finestra dei tre mesi prima del concepimento era il momento del "Reset", dove lo stile di vita diventa il comando che accende o spegne i geni. Martina era il risultato di quell'eccellenza: lei non era solo una figlia, era l'erede di una "marcia in più" progettata a tavolino.

Anthony sentiva il peso della Cornice Concettuale della setta. In quella visione, la morte non esiste, esiste solo la Traccia. Martina era il "prolungamento biologico" di Laura. I traumi e i segreti non erano passati, erano vivi nel presente perché le loro conseguenze vibravano ancora. «Non ci si libera mai di nulla,» scrisse con amarezza.

Si alzò per camminare, rifletteva «Martina era "l'Osservatore": senza di lei, la Cripta non sarebbe stata altro che probabilità. Lei era la coscienza che avrebbe "deciso" la realtà aprendo quella porta.»

«E la Maga... lei è la Guida,» pensò con un brivido. Nello sciamanesimo dei Rose, la Maga non era solo una donna, ma un Ponte Energetico. Come un animale di potere o un maestro ancestrale, lei comunicava per sincronicità e brividi. Lei era l'"accordatore" che cercava di stabilizzare la vibrazione di Martina sulla propria.

Ma il patto di reciprocità era stato tradito. La Maga non voleva guidare Martina, voleva possederla.

Infine, Anthony posò la mano sulla spalla fredda della statua di Daniel. Si ricordò della Legge della Trasformazione Fisica: "Nulla si crea, nulla si distrugge". Gli atomi di Daniel erano ancora lì, in quella stanza, solo organizzati in una configurazione diversa, ad alta entropia. Eppure, secondo la teoria dell'Universo a Blocco, il Daniel che rideva e parlava esisteva ancora, fisso in un segmento dello spaziotempo.

«Siamo immortali quanto l'universo stesso,» concluse Anthony, chiudendo il diario. «Ma questa immortalità è una prigione di legno e segreti.»

Spense la lampada. Nel buio, la statua di Daniel sembrò vibrare di un'energia densa. Fuori in strada c'era un uomo nell'ombra, era Sergio che aspettava, convinto di inseguire un uomo, senza sapere di essere alle calcagna di un'intera cosmologia.

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— Puntata 34 : Domenica 19/04/2026

Il mondo esterno sembrava essersi fermato oltre i vetri della casa al Lido di Gozzano. L'antica darsena, con i suoi legni consumati dall'umidità e il profumo persistente di vernice e acqua stagnante, non era più solo un teatro di misteri da svelare, un luogo dove cercare tracce del passato.

Dopo una vita passata a scambiarsi sguardi sospesi tra la paura e il desiderio, e dopo la tensione insopportabile accumulata durante la recente festa di compleanno — dove ogni ombra sembrava nascondere una segreto — Martina e Gabriele si trovavano finalmente chiusi in quella bolla di romanticismo puro e disperato.

Fuori, il Lago d'Orta era una distesa di piombo fuso, capace di riflettere perfettamente un cielo plumbeo che minacciava tempesta, annullando il confine tra l'acqua e l'orizzonte. Ma dentro la casa di Gabriele, un rifugio essenziale a pochi passi dalla villa dei nonni di Martina, l'atmosfera era densa di una verità nuova, calda e tangibile.

La stanza era piccola, arredata con mobili semplici e funzionali, ma per Martina, in quel momento, stare con Gabriele non era solo l'esaudimento di un desiderio proibito; era una necessità fisica e psicologica di radicamento.

Ogni volta che la mano di lui sfiorava la sua, ogni volta che la sua pelle toccava quella di Gabriele, le visioni ossessive del pioppo secolare e le voci sussurrate della setta sembravano arretrare, sconfitte dalla realtà prepotente del respiro e del battito cardiaco.

Gabriele era l'unico argine tra lei e la follia dei Rose.

**Il peso del segreto**

Martina osservava Gabriele mentre preparava il caffè. La luce fioca che filtrava dalla finestra colpiva il suo profilo, evidenziando quella mascella forte che lei aveva sempre ammirato e una cicatrice quasi invisibile vicino al sopracciglio, ricordo di una caduta infantile.

Si accorse con un brivido di quanto lui fosse diventato la sua unica ancora in un mare di inganni.

«Sei silenziosa,» disse lui, voltandosi senza smettere di mescolare il caffè, il tono basso e rassicurante.

Martina esitò, il cuore che le batteva forte contro le costole. Parlò della paura che la tormentava ogni notte, la paura di non appartenersi più, di essere diventata solo un veicolo per le ossessioni della Maga dei Rose.

«A volte mi sento come se fossi fatta di pezzi di qualcun altro,» sussurrò, abbassando lo sguardo sulle proprie mani, come se temesse di vederle cambiare forma da un momento all'altro. «Ho paura che la storia dei Rose mi stia cancellando.»

Gabriele posò la tazza sul bancone e le si avvicinò con passo fermo. Le sollevò il mento con un dito e la strinse in un abbraccio che sapeva di protezione totale, di muscoli tesi e calore umano.

La sua pelle profumava di caffè e di legna da ardere, un odore onesto che la calmava all'istante. «Non importa cosa dice il tuo sangue, Martina. Non importa cosa dice quella vecchia pazza a Londra, e non importa nemmeno quello che credi di ricordare,» disse, fissandola negli occhi, il suo sguardo era una promessa assoluta. «Qui, in questo momento, in questa casa, ci sei solo tu. La Martina che conosco io. E io sono qui per te. Non ti lascerò andare.»

Le parole di Gabriele furono l'ultimo argine prima che la tensione della giornata crollasse. Il silenzio della casa venne riempito solo dai loro respiri che si cercavano, si fondevano, diventando l'unica realtà possibile.

*(Nota dell’autore: Per rispettare i limiti della pubblicazione online, la parte centrale della puntata dentro la casa di Gabriele si interrompe qui. La narrazione di questi momenti, intimi ed espliciti, è custodita nell’archivio privato della serie.)*

**Intanto, a casa dei nonni di Martina**

L'atmosfera nella villa era radicalmente diversa. Nel salotto, immerso nell'odore di polvere e mobili antichi, il nonno era seduto sulla sua poltrona di pelle logora davanti alla TV. Sullo schermo, le immagini di un documentario naturalistico scorrevano silenziose, ma il nonno non le vedeva: si era assopito già da un'ora, la testa reclinata all'indietro, il respiro ritmico e pesante di chi ha ormai affidato i propri giorni alla routine.

In cucina, la nonna stava lavando i piatti della cena, metodica e silenziosa, persa nei suoi pensieri e nei ricordi di una vita passata al lavoro agricolo. Il nuovo gatto di casa, un soriano grigio e vivace ancora senza nome, saltò sul tavolo con un balzo silenzioso, iniziando a fare i dispetti tra le stoviglie rimaste. Nel tentativo di afferrare una briciola, con una zampata maldestra fece cadere un bicchiere di vetro. Il fragore fu improvviso, un suono acuto che spezzò il silenzio della cucina.

La nonna sussultò, il piatto che stava insaponando le scivolò dalle mani. «*************» strillò, girandosi di scatto con lo strofinaccio in mano. A quel punto il gatto, spaventato dalle grida, sparì alla velocità della luce, rifugiandosi sotto il divano del salotto con un movimento felino che lo rese invisibile.

Il nonno, nella sua poltrona, non si accorse di nulla; il suo sonno non venne nemmeno scalfito dal rumore del vetro infranto.

**Intanto, a Notting Hill, Londra**

A migliaia di chilometri di distanza, nel cuore della lussuosa dimora di Notting Hill, l'atmosfera era satura di occultismo. La Maga era seduta nel suo studio privato, una stanza foderata di libri rari e scaffali pieni di manufatti di dubbia origine. La luce era fioca, l'unica fonte era una candela nera posta sul tavolo di mogano di fronte a lei.

La donna era assorta nella lettura di un manoscritto molto antico, la rilegatura in pelle di capra era consumata dal tempo e l'odore della carta ingiallita era pungente. Il titolo, stampato in caratteri dorati sbiaditi, recitava: *“Le Cronache del Sangue: I Segreti della Discendenza dei Rose”*, un testo pubblicato nel 1890 in Romania, proprio negli anni in cui la setta iniziava a tessere la sua tela in Italia.

La Maga leggeva a bassa voce, la sua voce era un sussurro sibilante. Ad un certo punto, mentre i suoi occhi scorrevano su un passaggio critico riguardante le proprietà dei corpi “ponte”, pronunciò alcune parole sconosciute, un'invocazione arcaica in una lingua ormai dimenticata da secoli.

Proprio mentre l'ultima sillaba le usciva dalle labbra, la fiamma della candela nera si spense improvvisamente, come se fosse stata soffiata via da un soffio di vento gelido invisibile. La stanza piombò nell'oscurità totale. La Maga non si mosse, non accese nessuna luce, rimanendo immobile e silenziosa nel buio dello studio.

**Lido di Gozzano, tarda serata**

La puntata termina a casa dei nonni di Martina. La gatta della casa continuava a mostrare un atteggiamento anomalo che preoccupava la nonna. Non scendeva più dai pensili alti della cucina, dove si era esiliata da ore, i suoi occhi verdi spalancati e fissi su un punto vuoto nell'angolo del soffitto.

Ogni tanto emetteva un sibilo sommesso, quasi impercettibile, e la sua coda frustava l'aria con nervosismo. La nonna aveva provato a chiamarla con dei croccantini, ma la gatta sembrava sorda e cieca a qualsiasi richiamo. «Quella gatta ha visto qualcosa che non ci è dato vedere» sussurrava tra sé la nonna, facendosi il segno della croce mentre passava la scopa sul pavimento.

Poco dopo, Martina tornò a casa. Il suo viso era luminoso, un sorriso leggero le increspava le labbra. Entrò in cucina e, dopo aver salutato la nonna con un abbraccio più stretto del solito, iniziò a chiacchierare mentre l'aiutava a riordinare i bicchieri. Sentiva il bisogno di liberarsi del peso della giornata, di condividere quel segreto che le faceva scoppiare il cuore di gioia.

Prese un respiro profondo e si voltò verso la nonna, che stava asciugando l'ultimo piatto. «Nonna,» disse, la voce le tremava leggermente per l'emozione. «C'è una cosa che devo dirti. Ho capito... ho capito una cosa importante oggi. Sono innamorata di Gabriele.»

La nonna si bloccò, lo strofinaccio ancora sul piatto. I suoi occhi divennero severi e pragmatici. Posò il piatto sul tavolo e le si avvicinò, prendendole le mani. «Oh, Martina... Gabriele è un buon uomo, ma è troppo grande per te, è del 1975, ha 24 anni più di te, se ti sente tuo nonno….»

Martina, preoccupata che il nonno avesse sentito i discorsi, andò verso il salotto. La stanza era immersa nella penombra, la TV ancora accesa ma silenziosa. Martina si avvicinò alla poltrona, «Nonno! Nonno, svegliati che è tardi» disse, allungando una mano per toccargli la spalla e scuoterlo dolcemente.

Ma la spalla del nonno era rigida, innaturalmente fredda sotto il tessuto leggero della camicia. Martina si bloccò, il sorriso le morì sulle labbra. La gioia che l'aveva pervasa tutta la sera con Gabriele, venne spazzata via da un brivido gelido che le percorse la schiena.

La nonna si accorse del silenzio e le si avvicinò, stringendole il braccio. «Cosa c'è, Martina?» chiese, la voce le tremava per l'ansia.

Martina non rispose. Guardò il viso del nonno, sereno e immobile come non l'aveva mai visto. I suoi occhi erano chiusi, le labbra leggermente socchiuse in un'espressione di pace assoluta. Il tempo sembrava essersi fermato.

Martina si voltò lentamente verso la nonna, gli occhi pieni di lacrime. «Nonna... il nonno... il nonno non si sveglia più.»

La puntata si conclude con l'arrivo dell'ambulanza.

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— Puntata 35 : Giovedì 23/04/2026

Il sagrato della chiesa di Gozzano era avvolto in una nebbia sottile, insolita per aprile.

Il rintocco delle campane batteva un tempo lento, quasi a voler dilatare il dolore di Martina. Mentre la bara di legno chiaro varcava la soglia, lei si sentì improvvisamente fragile, priva di quell'uomo che era stato la sua radice più profonda, colui che l'aveva cresciuta proteggendola da tutto, anche dal peso del suo passato.

Durante la funzione, Martina sedeva in prima fila, lo sguardo fisso sui fiori bianchi sopra il feretro. Non poteva sapere che, in fondo alla navata, quasi nascosto dall'oscurità di un pilastro secolare, un uomo la stava osservando con un’attenzione che non aveva nulla a che fare con il comune cordoglio. Era un uomo dal viso pallido, vestito con un abito scuro dal taglio impeccabile ma austero. Studiava il profilo di Martina con una compostezza quasi scientifica, come se stesse cercando in lei i tratti di qualcun altro.

Sergio, l'ispettore, era poco lontano. Il referto medico del nonno di Martina non lasciava dubbi: arresto cardiaco. Sergio osservava Martina con una preoccupazione crescente, consapevole che ora, senza la figura del nonno, lei fosse pericolosamente esposta a tutto ciò che il suo cognome reale portava con sé.

Al termine della cerimonia, mentre la folla si disperdeva lentamente sul sagrato tra sospiri e strette di mano, quell'uomo che era rimasto nell'ombra si fece avanti. Si avvicinò a Martina con un passo felpato, quasi solenne. Martina, ancora con gli occhi lucidi, si voltò verso di lui, colpita da un'eleganza che stonava con la semplicità del borgo.

«Le mie più sentite condoglianze» disse l'uomo stringendole la mano. La sua voce era bassa, dotata di una risonanza che sembrava vibrare nell'aria fredda.

Martina lo guardò confusa, cercando di collocare quel volto tra i ricordi o le vecchie foto. «Grazie... ci conosciamo?»

L'uomo con lo sguardo fermo, quasi magnetico, disse «Il mio nome è Anthony Rose. Sono qui perché sentivo il dovere di presentarmi»

Martina sussultò al suono di quel cognome "Rose", lo stesso scoperto con terrore a Lugano. Ma prima che potesse fare un'altra domanda, l'uomo aggiunse le parole che avrebbero cambiato tutto:

«Sono tuo zio. Sono il fratello di Daniel Rose, tuo padre, che non hai mai conosciuto.»

Il mondo sembrò inclinarsi sotto i piedi di Martina. Guardò quell'estraneo che ora dichiarava di essere parte del suo sangue, cercando nei suoi occhi una traccia di somiglianza, un riflesso di quella "marcia in più" di cui non capiva ancora l'origine. 

Tornata nella villa, Martina si ritrovò sola in cucina con la nonna. C'era solo il vuoto assordante lasciato dalle chiacchiere assenti del nonno. 

La nonna, con il pragmatismo di chi ha vissuto troppi inverni, iniziò a riporre le tazzine senza guardarla. «È finita un'epoca, Martina. Tuo nonno voleva solo che tu fossi una ragazza qualunque del Lido. Ha lottato tutta la vita per tenerti lontana da quel nome.»

Martina non rispose. Uscì sul portico e guardò verso il lago, sentendo il peso di quel nuovo legame familiare che le era appena crollato addosso. Gabriele la raggiunse in silenzio, stringendola da dietro in un abbraccio di carne e ossa. Ma Martina, sentendo il calore di Gabriele, non riusciva a smettere di pensare alla fredda compostezza di Anthony Rose e alla parola "zio" che ancora le risuonava nelle orecchie come un presagio.

La puntata termina con Martina che guarda il lago nel buio e riflette sul dettaglio che l'ha lasciata senza fiato: Anthony Rose indossava un anello con l'incisione del simbolo della luna crescente. 

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— Puntata 36 : Lunedì 27/04/2026

La pioggia sottile del mattino picchiettava sui vetri della cucina, ma Martina non la sentiva. Davanti a lei, lo schermo dello smartphone illuminava il suo viso pallido. Aveva digitato nel motore di ricerca quel nome che le bruciava in gola dal funerale: Anthony Rose. I risultati apparvero in un istante. Anthony Rose è un antiquario stimato, citato in riviste di settore per la sua conoscenza del modernariato e delle icone del design del XX secolo. Il suo negozio, "Sorrisi ed Emozioni", si trova a Borgomanero, in una via defilata ma elegante. Martina fissò le foto della vetrina online: oggetti che sembravano avere un'anima, disposti con una precisione quasi maniacale.

Non disse nulla alla nonna, né a Gabriele. Aveva bisogno di un confronto che non fosse filtrato dalle paure degli altri. Prese le chiavi dell'auto e partì per Borgomanero.

Il negozio apparve dietro una curva, con le sue ampie vetrate che riflettevano il grigio del cielo. Martina esitò un istante davanti alla porta, poi spinse la maniglia. Un leggero rintocco di campanello annunciò il suo ingresso.

L'odore all'interno era un misto di cera d'api, carta antica e quel profumo dolciastro e metallico tipico dei luoghi dove il tempo si è fermato. Anthony Rose era di spalle, intento a lucidare la cassa di un vecchio orologio a pendolo. Indossava un grembiule di cuoio scuro sopra la camicia bianca.

«Sapevo che saresti venuta, Martina. Ma non pensavo così presto,» disse lui senza voltarsi. La sua voce, in quel silenzio ovattato, sembrava ancora più profonda.

Martina fece qualche passo avanti, i tacchi che risuonavano sul pavimento di legno. «Sono qui per conoscerla meglio»

Anthony si voltò lentamente. Depose lo straccio e la guardò con una calma che Martina trovò quasi irritante. «Sono tuo zio, dammi del tu , ti prego. Mi dispiace che ci siamo conosciuti in un momento di lutto.»

Sollevò la mano destra. La luna crescente dell'anello brillò sotto la luce calda di una lampada degli anni '50.

«Questo simbolo non appartiene solo a me, Martina. Appartiene alla nostra storia. Quella che Daniel, tuo padre, ha cercato di tramandarti attraverso il portachiavi che tua madre ha custodito per anni. È il segno della nostra continuità.»

Martina fissò l'anello, poi incrociò lo sguardo di Anthony. «Continuità? È una parola strana da usare per una famiglia che non ho mai visto. Mio nonno non ne parlava mai. Per lui, il passato era un capitolo chiuso con un lucchetto.»

Anthony accennò un sorriso malinconico, posando la mano sul bancone di legno lucido. «Tuo nonno temeva ciò che non poteva controllare. Ma il tempo non è una linea che si spezza, Martina. È un cerchio. Daniel lo aveva capito. Lui non se n’è mai andato davvero, è rimasto in ogni oggetto che ha toccato, in ogni incisione che ha fatto. E ora è in te. Non senti mai come se i tuoi ricordi non ti appartenessero del tutto? Come se ci fosse una musica familiare in una stanza dove non sei mai stata?»

Martina sentì un brivido. Era esattamente ciò che provava toccando il pioppo al Lido o stringendo il portachiavi. Le parole di Anthony stavano dando un nome a sensazioni che aveva sempre cercato di soffocare. «Cosa vuoi da me, Anthony? Perché rivelarti proprio ora?»

«Voglio che tu smetta di avere paura della tua ombra,» rispose lui con voce vellutata, facendosi più vicino. «Voglio mostrarti che non sei sola. I Rose non sono un nome su un certificato, sono una forza che attraversa le generazioni...»

Il discorso fu spezzato dal trillo improvviso dello smartphone di Martina. Il suono, acuto e moderno, sembrò lacerare l'aria antica del negozio. Martina sussultò, scusandosi con un cenno, e guardò lo schermo: era Sergio.

Esitò per qualche secondo, poi rispose cercando di mantenere la voce ferma.

«Sì, Sergio?»

«Martina, sono a Borgomanero,» la voce dell'ispettore era secca, senza preamboli. «Ho visto la tua auto parcheggiata. Esci da quel negozio, per favore. Sono al bar all'angolo, quello con la tenda blu. Abbiamo bisogno di parlare. Ora.»

Martina lanciò un'occhiata rapida ad Anthony, che era tornato a osservare l'orologio a pendolo con un'espressione indecifrabile, come se non stesse minimamente ascoltando.

«Va bene, arrivo,» rispose lei in un soffio, chiudendo subito la comunicazione. Non aggiunse altro. 

Si sentiva improvvisamente soffocare tra quei mobili carichi di storie altrui. Aveva bisogno di aria, della razionalità ruvida di Sergio per bilanciare il magnetismo inquietante di quell'uomo che diceva di essere suo zio.

«Devo andare, è un impegno improvviso,» disse Martina.

Anthony non si scompose. Si limitò a un leggero cenno del capo. «Il tempo è un padrone esigente, Martina. Ma le porte di "Sorrisi ed Emozioni" restano aperte per te. Il sangue riconosce sempre la sua strada, anche se il mondo esterno cerca di deviarla.»

Martina uscì in fretta, il campanello della porta che salutò la sua uscita con un rintocco solitario. La pioggia di Borgomanero le bagnò subito il viso, ma fu quasi un sollievo. Camminò rapida verso il bar, dove intravide la sagoma di Sergio seduta a un tavolino d'angolo, lo sguardo fisso sulla strada.

Martina varcò la soglia del bar, mentre Sergio la osservava con un'intensità congelante.

Martina si sedette al suo tavolino con indosso un'ansia pesante come il cemento.

«Martina cosa stai facendo da Anthony Rose?» domandò Sergio con un timbro vocale paternale.

«Ho scoperto che è mio zio, voglio capire dov'è mio padre e mia madre» rispose Martina con un accenno di lacrime.

La puntata prosegue con una lunga chiacchierata tra Sergio e Martina, ma le intenzioni di Martina erano diverse da quello che diceva.

Sergio la fissò a lungo, le mani intrecciate attorno a una tazzina di caffè ormai freddo. Il suo sguardo cercava di leggere oltre quel velo di lacrime, cercando la Martina che conosceva, la ragazza dell'antica darsena del Lido.

«Tuo padre e tua madre appartengono a un mondo che non conosci. Anthony Rose non vende solo mobili antichi. Vende versioni del passato che possono distruggerti.»

Martina annuì, asciugandosi il viso con un gesto rapido. «Lo so, Sergio. Hai ragione. Volevo solo vederlo bene in faccia. Non ci tornerò più.»

Sergio sembrò rilassarsi, un piccolo sospiro di sollievo che gli abbassò le spalle. Ma sotto il tavolo, la mano di Martina stringeva con forza la borsa, dove sentiva il peso del portachiavi a luna crescente. Nella sua mente, le parole di Anthony "il sangue riconosce sempre la sua strada", risuonavano più forti degli avvertimenti del poliziotto.

Mentre fuori la pioggia di Borgomanero continuava a battere sulla tenda blu del bar, Martina fissava un punto indistinto sulla strada. Sergio credeva di averla riportata al sicuro. Lei, invece, sentiva di aver appena varcato una soglia da cui non si torna indietro.

La puntata termina con il primo piano di Martina: i suoi occhi sono lucidi, ma lo sguardo è freddo, rivolto verso la vetrina di "Sorrisi ed Emozioni" che brillava in lontananza.

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— Puntata 37: Venerdì 01/05/2026

📍Borgomanero e Gozzano erano immerse nel silenzio del Primo Maggio. Le strade vuote, le serrande di "Sorrisi ed Emozioni" abbassate.

🔎Ma per Sergio non c'era festa, chiuso nel suo studio personale a Novara, un ambiente saturo di fumo e caffè freddo, dove le pareti erano una mappa di ombre. Sergio leggeva e rileggeva, disegnava schemi, tabelle, ormai era una ossessione per i suoi appunti privati, le sue ricerche, ma soprattutto per i documenti segreti che gli aveva fornito il suo collega Mario il 17/02/2026 in questura ( puntata 22 ).

Davanti a lui, tre faldoni aperti segnavano i confini di quello che lui chiama "il Protocollo Fenice : Rinascita e Verità Occulte". Sergio sapeva che non è una ricerca di fantasmi. La setta non giocava con i tavolini che ballano nelle sedute spiritiche; eseguiva esperimenti con la realtà biologica.

😱"Psicometria Applicata: L'Oggetto come Testimone"

Sergio fissava la foto del portachiavi a luna crescente. Pensava : "Anthony non è un medium, è un tecnico della materia. " Sergio capì che per i Rose gli oggetti sono "hard disk" emotivi. Il portachiavi di Laura non è un ricordo, è un diapason. Serve a mettere Martina in uno stato di iper-ricettività, permettendole di "scaricare" frammenti di una vita che non è la sua. Martina non sta parlando con sua madre; sta assorbendo i dati criptati nel metallo.

😱"Epigenetica e Memoria di Sangue"

Sugli appunti di Sergio compariva una parola sottolineata tre volte: DNA. La setta crede che la coscienza sia un dato biologico, non un'anima astratta. Sergio tremava al pensiero: i riti di "ingegneria dell'identità", che potrebbe svolgere Anthony, servono a risvegliare sequenze dormienti nel sangue di Martina. Per lo zio, lei non è una nipote, è l'ultimo stadio di una catena. Recuperare la memoria significa costringere Martina a ricordare cose che non ha mai vissuto, ma che sono scritte nelle sue cellule.

😱"La Continuità: La Sovrascrittura"

Questo è il punto che gela il sangue di Sergio. Se una seduta spiritica cerca un contatto, Anthony cerca una sostituzione. L'obiettivo finale, coordinato con la Maga di Londra, è ricostruire l'architettura mentale di Laura o Daniel dentro la mente di Martina. Non è un dialogo con l'aldilà. È un'invasione. È la sovrascrittura totale di un'identità.

Sergio chiuse gli occhi, massaggiandosi le tempie. Fuori, la gente festeggiava il lavoro, ma lui era da solo, in casa, a riflettere. Il caso della scomparsa di Laura non era più un giallo, era qualcosa di più immersivo su argomenti di occultismo, scienza deviata. 

Ad un certo punto squillò il telefono, era un sms del collega Mario « ciao, lo so che sei a casa, lo so che sei un crumiro indistruttibile, smettila di spaccarti la testa su quella storia della donna scomparsa e la setta. Esci, andiamo a fare un aperitivo, vediamoci al solito bar ............. ore 18:30 »

« ok rompiballe, basta che non porti dietro le solite amichette » rispose Sergio con un sms

Sergio chiuse il faldone, picchiò una sberla sulla scrivania e disse « ma vaff.... ha ragione Mario, forse esagero »

Sergio andò in bagno, fece una doccia, poi decise di tagliare la barba completamente « Ma siiii, ca..., sono ancora un toro, tanto lo so che Mario non ubbidisce e porta dietro qualche scema del solito da presentarmi» Mentre tagliava la barba, una lampadina dello specchio si fulminò ed ebbe una visione: uno scontro automobilistico. Scosse la testa come per riprendere piena coscienza della realtà, ma quella visione lo lasciò davvero preoccupato. Si sedette sullo sgabello vicino il bidet « ohhhh, che ca..., mai avuto una cosa del genere, porca tr...»

La puntata si concluse al bar, risate e serenità mentale.

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— Puntata 38: Venerdì 08/05/2026

📍La giornata iniziava all'antica darsena di Gozzano. Era un venerdì caldo, l’aria profumava di alberi, fiori e di lago. Martina e Gabriele avevano deciso di prendersi ancora un giorno di riposo per stare insieme. Dopo settimane di tensione, il funerale del nonno, i misteri dei Rose che vengono a galla poco per volta arrecando ansia, stress.

Mentre passeggiavano lungo la riva, Gabriele teneva Martina per mano. Il contrasto era visibile: la solidità di un uomo maturo che ha già costruito la sua vita e la freschezza inquieta di una ragazza con qualche disagio da risolvere.

Nella mente di Martina risuonavano le parole della nonna: «Lui ha già vissuto metà della sua vita, Martina cosa fai, non capisci che potrebbe solo rubarti la giovinezza perché lui ha paura di invecchiare da solo»

Martina strinse la presa sulla mano di Gabriele, quasi per scacciare quel pensiero. Lui si voltò a guardarla, con quel sorriso rassicurante che solitamente bastava a calmarla.

«A cosa pensi? Sei così silenziosa oggi», le chiese con voce dolce, fermandosi davanti a un vecchio pontile.

«A noi», rispose lei, cercando di sorridere. «A quanto sarebbe bello se il tempo si fermasse qui, a Gozzano, senza complicazioni».

Gabriele sospirò, accarezzandole il viso. «Il tempo non si ferma, ma possiamo decidere come viverlo. Martina, io vorrei che tu venga a convivere con me. Io ho abitato per molto tempo da solo al primo piano; mentre il piano terra, in cui abitava tua mamma è rimasto congelato nel tempo, ehmmm poi comunque tua nonna è vicina di casa, se avesse bisogno di assistenza...»

🕵️Il discorso venne interrotto dal telefono di Martina che squillò, Lei vide sul display che era Sergio, questa volta decise di non rispondere.

Gabriele le chiese «Cosa c'è, perchè sei nervosa, non rispondi a Sergio»

⚡Martina con voce un po' alterata «Sono stufa di essere trattata come una bambina, ho la mia indipendenza, non devo obbedire a Sergio, sono stanca dei suoi ragionamenti contro Anthony Rose e mio padre. Sono stanca delle sue telefonate, delle sue mosse di manipolazione. Cosa ne sa lui, con quali prove sta accusando i miei parenti inglesi di essere un organizzazione segreta che pratica riti di magia e scienza ?!»

Gabriele la guardò sorpreso. Non era abituato a quel tono aspro, quasi tagliente. Fece un passo verso di lei, cercando di riprendere quella mano che Martina aveva appena ritratto per scagliarsi contro il telefono silenziato.

«Martina, calmati. Sergio è solo preoccupato, lo sai che è protettivo...» provò a dire lui, ma lei lo interruppe con un gesto della mano.

⚡«Protettivo? Nooooo. Sergio è ossessionato. È rimasto bloccato a vent'anni fa, proprio come quel piano terra di cui parli. Vuole convincermi che Anthony sia un mostro, perché è più facile credere a una setta, che accettare che mia madre se n'è andata per sua scelta, o che mio padre avesse dei segreti che lui non poteva capire».

Si voltò verso il lago, le spalle tese. Il calore del venerdì pomeriggio ora le sembrava soffocante. «Se vengo a vivere con te, deve essere un inizio, non un modo per tenermi sotto una campana di vetro vicino a mia nonna e ai sospetti di Sergio. Io voglio scoprire chi sono i Rose. Voglio capire quella 'scienza', senza che qualcuno mi dica che è magia o follia prima ancora di aver ascoltato».

Gabriele rimase in silenzio per un lungo istante, studiando il profilo di Martina. Sentiva che la ragazza di cui si era innamorato stava cambiando forma, diventando qualcosa di più complesso e forse più pericoloso. Ma il desiderio di averla vicina, di riempire quel vuoto al piano terra, era più forte di ogni dubbio.

«Va bene», disse infine lui, sottovoce. «Non parleremo più di Sergio, se è questo che vuoi. Ma promettimi che se le cose dovessero diventare strane me lo dirai. Promettimi che non ti chiuderai in quel mondo da sola».

Martina non rispose subito. Guardò il display del telefono che si era appena illuminato di nuovo: un altro messaggio di Sergio, probabilmente un avviso, una supplica. Lo infilò in borsa senza leggerlo.

«Te lo prometto», mentì lei, sentendo il freddo metallico del portachiavi contro il palmo della mano.

Si incamminarono verso casa, mentre le ombre degli alberi si allungavano sulla darsena. Martina aveva scelto la convivenza, ma era una scelta fatta per avere un posto dove nascondersi, non per aprirsi. 

La puntata si chiuse con l'immagine del telefono di Martina che vibrava un'ultima volta sul tavolo, ignorato, mentre Sergio a Novara fissava il faldone del "Protocollo Fenice", capendo che il tempo non esisteva, o forse la relatività aveva preso una forma sconosciuta.

— Puntata 39: Domenica 10/05/2026

Il sole della domenica mattina sorgeva pigro sopra il Lago d’Orta, ma la luce che filtrava dalle persiane non riusciva a scaldare l'atmosfera. Per Gabriele, quella doveva essere la colazione della nuova vita, il primo risveglio ufficiale sotto lo stesso tetto dopo il trasloco di Martina, eppure il silenzio che regnava nella casa era denso, quasi solido.

Gabriele era sceso in cucina molto presto. Aveva preparato tutto con una cura che rasentava l’ossessione: la tavola era apparecchiata con i tovaglioli di lino, l’aroma del caffè si spandeva per le stanze. In ogni suo gesto pulsava quel bisogno disperato di essere approvato, di sentirsi dire che era stato bravo, che la sua dedizione era il prezzo giusto da pagare per tenere Martina legata a sé. Era convinto che, rendendo perfetto lo spazio fisico, avrebbe potuto guarire il caos mentale della ragazza.

Passò quasi un'ora prima che la porta della camera da letto si aprisse. Martina apparve sulla soglia come un'ombra uscita da un'altra epoca. Indossava una vecchia camicia da notte di seta che apparteneva a sua madre Laura, ritrovata in un baule dimenticato al piano terra. I suoi occhi erano vitrei, distanti. Non c'era traccia della Martina sensuale del 19 aprile, quella che cercando rifugio tra le braccia di Gabriele, per sfuggire alla follia dei Rose, si era concessa ad un atto d'amore molto intenso; quella versione di lei sembrava essere svanita insieme alla tempesta di aprile.

«Buongiorno, Martina. Ho preparato tutto per te», disse Gabriele con un sorriso che però non riusciva a nascondere un velo di ansia. Si aspettava un contatto, un richiamo a quell'intimità fisica che solo poche settimane prima sembrava la loro unica ancora di salvezza. Si aspettava che lei lo cercasse per sentirsi di nuovo "reale".

Martina lo guardò senza vederlo veramente. Si sedette a tavola, ma i suoi movimenti erano meccanici, privi di calore. Non toccò il caffè, né le brioche che lui aveva preso apposta.

«È tutto così... rumoroso qui», mormorò lei, nonostante il silenzio della casa fosse assoluto.

Gabriele sentì una fitta di frustrazione salirgli dal petto. Aveva passato la mattinata a cercare di costruire un equilibrio perfetto, ma ogni suo sforzo sembrava scivolare addosso a Martina come pioggia sul vetro. «Volevo solo che ti sentissi a casa, Martina. Ho passato ore a sistemare questo piano perché tutto fosse in ordine. Mi sono occupato di ogni dettaglio per proteggerti...»

«Il tuo ordine è una prigione, Gabriele», lo interruppe lei con una voce piatta, gelida. «Tu pulisci la superficie perché hai paura di quello che c'è sotto. Hai paura che se smetti di fare cose per me, io mi accorga che tu non sei abbastanza per fermare quello che sta succedendo nel mio sangue».

Gabriele rimase pietrificato. Era la verità che gli faceva più male: la consapevolezza che la sua "protezione" era solo un modo per nutrire il proprio vuoto. Il calore della pelle e i respiri fusi della darsena erano stati sostituiti da un freddo metallico. Martina non cercava più il suo abbraccio per non impazzire; ora sembrava quasi che la vicinanza di Gabriele le impedisse di ascoltare le frequenze che arrivavano dal pioppo.

Senza aggiungere una parola, Martina si alzò bruscamente. Non c'era nessun messaggio a chiamarla, nessuna interferenza esterna: era la sua stessa discontinuità a guidarla. Si diresse verso la porta finestra che dava sul giardino, lasciando Gabriele solo davanti a una colazione che ormai sapeva di cenere.

«Dove vai? Avevamo detto che oggi saremmo stati insieme, che avremmo parlato...», esclamò Gabriele, sentendo il "vomito" emotivo salirgli alla gola. Ma lei non rispose. Uscì all'aperto, camminando scalza sull'erba umida, diretta verso la riva, verso quel confine dove l'acqua del lago annullava ogni certezza.

Gabriele restò solo nella cucina perfetta. Iniziò a sparecchiare con gesti lenti e dolorosi, capendo che Martina non era andata a vivere con lui per costruire un futuro, ma per abitare il passato di sua madre Laura. Aveva scelto il piano terra non come un nido, ma come un laboratorio per la propria alienazione. Gabriele sentì che la sabbia del Lido stava ricoprendo ogni cosa, e che i suoi sentimenti non erano abbastanza per competere con l'ombra dei Rose.

— Puntata 40 : Venerdì 15/05/2026

Il venerdì pomeriggio nell'antica darsena era avvolto da una cappa di umidità che rendeva i contorni del pioppo sfocati, quasi onirici. Mentre Gabriele era fuori in giardino a sistemare l'orto, immerso nei suoi tentativi di mantenere viva una normalità che appariva sempre più fragile, Martina si era seduta allo scrittoio di sua madre, al piano terra. Davanti a lei c’era il suo diario: un quaderno dalla copertina rigida, ancora nuovo, le cui pagine bianche sembravano attendere di essere contaminate dal peso dei suoi pensieri.

L’ultima volta che aveva avuto il coraggio di aprirlo era stato il Giovedì 25/12/2025. In quel giorno di Natale, mentre il mondo celebrava legami e calore, Martina aveva iniziato a mettere nero su bianco il senso di isolamento che la stava divorando. Dopo mesi di silenzio, sentì il bisogno di riprendere quella conversazione interrotta con se stessa.

Iniziò a scrivere, e la penna scivolava rapida, quasi mossa da una forza esterna.

«C'è un vuoto che ha la forma di un uomo che non ho mai visto. Daniel Rose. Mio padre.

Anthony, suo fratello, mi parla di lui nel suo negozio "Sorrisi ed Emozioni" a Borgomanero, descrivendolo come un artista, un uomo che ha scelto di andarsene.

Sergio continua a sorvegliare quel negozio e a indagare su di lui, convinto che mio padre sia la chiave di tutto. Ma Sergio non capisce. Non si può trovare chi non è mai esistito nel cuore di una figlia. Daniel è un’assenza che ha segnato la mia vita prima ancora che io potessi imparare il suo nome. Un trauma che non ha volto, solo il freddo di una scomparsa mai spiegata.»

Martina alzò lo sguardo dal foglio, osservando le pareti spoglie della stanza che era stata di sua madre. Per lei, Daniel non era un uomo di carne, ma un'ombra che le aveva lasciato in eredità solo domande senza risposta.

«E poi c'è lei. Laura. Dicono che non dovrei ricordare nulla di lei, forse scomparsa insieme a mio padre quando ero solo una bambina. Eppure, io sento di essere in simbiosi con lei. Sento i suoi traumi scorrermi nelle vene come se li avessi vissuti sulla mia pelle. La vita strana sotto la setta dei Rose, le loro pratiche oscure, la paura di essere solo un oggetto nelle mani della maga. Laura non è un ricordo, è una presenza costante dentro di me. Siamo due anime fuse nello stesso dolore.»

La scrittura si fece più nervosa, graffiando il bianco immacolato del quaderno.

«Gabriele pensa che la convivenza qui al piano terra sia un inizio. Non capisce che per me è un ritorno. Abito qui perché tra queste mura il mio vuoto si sente finalmente riconosciuto. Io non sono la Martina di cui lui si è innamorato ad aprile; io sono il contenitore di una storia che nessuno ha mai avuto il coraggio di raccontare fino in fondo.»

Sentendo il rumore della macchina di Gabriele che rientrava nel vialetto, Martina chiuse il diario con uno scatto secco. Lo infilò nel cassetto della scrivania, nascondendo quel grido silenzioso dietro l’ennesima maschera di distacco.

Pochi istanti dopo, Gabriele entrò in casa. Aveva un’espressione radiosa, e stringeva tra le mani un mazzo di tre rose rosse a gambo lungo. Erano bellissime, cariche di un profumo che sembrava stonare con l’aria pesante del piano terra.

«Ho pensato di portarti un pensiero, Martina. Per rendere questo posto un po' più vivo», disse lui, porgendole i fiori con un gesto che mendicava un sorriso, un contatto, un briciolo di quella complicità perduta.

Martina guardò le rose come se fossero oggetti alieni, o peggio, un disturbo. Il nome stesso di quei fiori — Rose — sembrava un richiamo troppo diretto alla stirpe che la stava consumando. Non lo ringraziò. Non lo abbracciò. Prese il mazzo con una mano fredda e, senza dire una parola, si diresse verso il bagno.

Gabriele la seguì con lo sguardo, restando sulla soglia. La vide prendere un vecchio secchio di plastica blu, quello usato per le pulizie, riempirlo a metà con l’acqua del rubinetto e infilarci dentro le tre rose senza alcuna cura, lasciandole lì, tra i detersivi e il pavimento umido.

«In bagno? Perché nel secchio?» chiese Gabriele, la voce incrinata da una profonda svalutazione. Si sentì respinto, umiliato, come se Martina avesse appena gettato nel fango tutto l’impegno che lui stava mettendo nel tenerla a galla.

Martina uscì dal bagno passandogli accanto senza sfiorarlo. «Non abbiamo vasi qui al piano terra, Gabriele. E poi... le rose appassiscono in fretta. Non ha senso cercare di abbellire ciò che è già morto.»

La puntata si chiuse con Gabriele immobile nel corridoio, il cuore pesante e la sensazione di aver appena ricevuto uno schiaffo invisibile senza un motivo logico.

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