☰ Prefazione
Thriller psicologico del mistero con tocchi di realismo magico. Questa è la versione compatta, pensata per la pubblicazione online.
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🕵️ STAGIONE — 1
RACCOLTA DELLE PUNTATE
dalla 1 alla 10 in ordine di pubblicazione
+ dietro le quinte
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— Puntata 1 : Domenica 12/10/2025
📍Lido di Gozzano — Antica Darsena.
Il sole stava scendendo dietro le colline con la lentezza di un animale ferito, lasciando sul Lago d’Orta una luce dorata che si allungava sull’acqua come un velo sottile. L’aria era fresca, intrisa dell’odore delle foglie bagnate e del legno umido che arrivava dal pontile. Era uno di quei tramonti che sembrano voler trattenere il giorno ancora un po’, prima di arrendersi alla notte.
Il Lido era quasi deserto.
La stagione estiva era finita da un pezzo, e la domenica sera portava con sé un silenzio che sembrava troppo grande per un luogo così piccolo. Solo il rumore lento dei remi di un vecchio canottiere rompeva la quiete, insieme al tintinnio dei bicchieri che Martina stava sistemando al chiosco prefabbricato nella zona "antica darsena".
Martina si muoveva con gesti stanchi, meccanici.
Aveva passato ore a servire caffè e panini ai pochi avventori rimasti, e ora desiderava solo chiudere tutto e tornare a casa. Le mani le odoravano ancora di limone e metallo, un misto che non riusciva mai a togliersi del tutto, nemmeno dopo aver lavato il bancone tre volte.
Stava abbassando la serranda quando qualcosa attirò il suo sguardo.
Una bicicletta.
Abbandonata vicino alla passerella.
Non era strano vedere biciclette al Lido, ma quella aveva qualcosa di inquietante. Era appoggiata male, inclinata su un lato, come se fosse stata lasciata in fretta. Il manubrio era girato in una posizione innaturale, quasi forzata, come se qualcuno avesse frenato bruscamente e poi fosse sceso di corsa.
Martina si guardò attorno.
Il parcheggio era vuoto.
La spiaggia deserta.
Le luci dei lampioni iniziavano a tremolare, una dopo l’altra, come se esitassero ad accendersi.
Un piccolo nodo le si formò allo stomaco.
Si avvicinò alla bicicletta con cautela, sentendo il rumore dei suoi passi sulla ghiaia umida. Ogni passo sembrava più forte del precedente, amplificato dal silenzio che avvolgeva il Lido come una coperta troppo pesante.
Sul sellino c’era una giacca leggera, ripiegata male.
Martina esitò un istante, poi infilò la mano nella tasca.
Un biglietto.
Stropicciato.
Umido ai bordi, come se fosse stato stretto in una mano sudata.
Lo aprì con le dita che tremavano leggermente.
“Non fidarti di nessuno. Nemmeno di chi ti sorride.”
Martina sentì un brivido correre lungo la schiena, rapido come una scarica elettrica.
Si voltò verso il lago, istintivamente.
Per un attimo — un attimo soltanto — le parve di vedere una sagoma muoversi tra i canneti. Una figura scura, bassa, che sembrava piegarsi e rialzarsi con il ritmo dell’acqua.
Il cuore le diede un colpo.
Corse verso la riva, le scarpe che scivolavano sulla ghiaia.
Ma quando arrivò lì, non c’era nulla.
Solo il fruscio dei canneti.
Il lago immobile.
E un profumo di menta nell’aria.
Un profumo che non apparteneva a nessuna stagione, a nessun fiore del posto.
Un profumo che non avrebbe dovuto esserci.
Martina rimase immobile per qualche secondo, cercando di capire se fosse solo stanchezza o se davvero qualcosa, quella sera, si fosse mosso nel buio.
Poi si voltò verso il chiosco, stringendo il biglietto tra le dita.
Quella notte, al Lido, qualcosa era cambiato.
E il mistero era appena cominciato.
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Martina non riusciva a dormire.
Si rigirava nel letto da ore, fissando il soffitto come se da un momento all’altro potesse comparire una risposta. Ma l’unica cosa che compariva, puntuale come un insetto fastidioso, era quella frase.
“Non fidarti di nessuno. Nemmeno di chi ti sorride.”
Le ronzava nella testa come una zanzara di luglio, insistente, impossibile da ignorare. Ogni volta che chiudeva gli occhi, vedeva la bicicletta abbandonata, la giacca sul sellino, il biglietto umido tra le sue dita.
E quel profumo di menta.
Inspiegabile.
Fuori stagione.
Si chiese chi potesse aver scritto quelle parole.
E perché lasciarle proprio lì, al Lido, un posto che conosceva da sempre e che non le aveva mai dato motivo di paura.
Quando finalmente si alzò dal letto, la luce del mattino filtrava già dalle persiane.
Non aveva deciso di tornare al Lido.
Il suo corpo lo fece da solo, come se qualcosa la stesse tirando lì.
Il sole era alto, caldo per essere ottobre.
Il Lido brulicava di vita: bambini che correvano sulla passerella, coppie che passeggiavano mano nella mano, anziani seduti sotto gli ombrelloni a leggere il giornale come se fosse un giorno qualunque.
Troppo qualunque.
Martina si fermò un istante a osservare la scena.
Era tutto così normale da sembrare finto, come un quadro appeso male.
Il contrasto con la sera precedente le fece salire un brivido lungo la schiena.
Si avvicinò al chiosco.
Il profumo del caffè caldo le arrivò incontro, familiare, quasi rassicurante.
Gabriele, il proprietario, le sorrise come sempre.
Un sorriso largo, abituato, di quelli che aveva visto mille volte.
Eppure, quella mattina, qualcosa nel suo sguardo la mise a disagio.
Forse era solo la stanchezza.
O forse no.
«Strano ieri sera, vero?» disse lui, mentre le versava un caffè in un bicchiere di carta.
Martina sentì il cuore accelerare.
«Cosa intendi?»
Gabriele si appoggiò al bancone, abbassando la voce come se temesse che qualcuno potesse ascoltare.
«Quella bici. Non è di nessuno del posto. E sai cosa? Stamattina non c’era più.»
Martina sentì un nodo serrarle lo stomaco.
Non aveva detto a nessuno del biglietto.
Nessuno.
«Tu… hai visto qualcuno prenderla?» chiese, cercando di mantenere la voce ferma.
Gabriele scosse la testa.
«No. Ma stamattina ho trovato questo.»
Frugò sotto il bancone e tirò fuori un oggetto piccolo, metallico.
Un portachiavi.
A forma di luna crescente.
Lucido, consumato ai bordi.
Con una data incisa sul retro.
17 luglio 1998.
Martina lo prese tra le dita.
Il metallo era freddo, più freddo del normale.
Un gelo che le attraversò il palmo e le salì lungo il braccio.
Lo riconobbe subito.
Non poteva sbagliarsi.
Era identico a quello di sua madre.
Sua madre, scomparsa tanti anni prima, senza una spiegazione.
Il mondo attorno a lei sembrò rallentare.
Le voci, i rumori, il lago stesso… tutto si fece ovattato, distante.
Il mistero non si stava solo infittendo.
Stava tornando a casa sua.
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Decise di non tornare subito a casa. Invece, si diresse verso il vecchio pontile, quello che da anni nessuno usava più. Lì, tra le assi sconnesse e il profumo umido del lago, trovò qualcosa che la fece gelare: un mazzo di fiori secchi, legati con un nastro blu. Lo stesso nastro che sua madre usava per i capelli.
Martina si inginocchiò. Sotto i fiori, c’era un foglietto piegato in quattro. Lo aprì con mani tremanti. “Il tempo non cancella. Il Lido ricorda.” Nessuna firma. Nessuna spiegazione.
Nel pomeriggio, tornò da Gabriele. Gli mostrò il biglietto. Lui lo lesse in silenzio, poi si voltò verso il retro del chiosco.
«Martina… c’è una persona che forse può aiutarti. Ma non è facile da trovare.»
«Chi?»
«Si fa chiamare “Il Custode”. Vive tra le barche abbandonate, vicino alla vecchia rimessa. Dicono che sappia tutto di quello che succede qui. E di quello che è successo.»
Martina non esitò. Al tramonto, si incamminò verso la rimessa. Il cielo si tingeva di rosso, e il vento portava con sé l’eco di voci lontane. Tra le barche, una figura la aspettava. Cappello largo, occhi nascosti nell’ombra.
«Tu sei la figlia di Laura.»
Martina si bloccò. «Sì. E voglio sapere la verità.»
Il Custode annuì lentamente. «Allora preparati. Perché la verità… non è mai gentile.»
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— Puntata 4 : Domenica 02/11/2025
📍 Antica Darsena di Gozzano.
Le giornate si accorciavano, ma il vento portava ancora l’odore dell’estate. Martina camminava lungo la riva, con lo sguardo perso tra le onde. Aveva ventisei anni e viveva con una domanda che nessuno aveva mai voluto affrontare:
😱 “Che fine ha fatto mia madre?” 😱
Laura scomparve tra il 1998 e il 2000. Nessuno seppe mai indicare una data precisa. Nessun corpo, nessuna lettera d’addio. Solo silenzio. E un nome che, al Lido, si pronunciava ancora con cautela.
Martina si fermò davanti al chiosco.
Gabriele, il gestore, le porse un caffè. «Hai dormito?» chiese.
Lei scosse la testa. Gabriele non insistette. Non lo faceva mai. Ma i suoi occhi tradirono qualcosa. Un peso.
Più tardi, Martina entrò nel piccolo ufficio del centro informazioni. Stava sistemando vecchi dépliant quando sentì una voce alle sue spalle.
«Martina?»
Si voltò. Davanti a lei apparve un uomo basso, con il volto scavato dal tempo. Indossava un giubbotto della Polizia di Stato. Era l’ispettore Sergio, 58 anni, investigatore della sezione di Novara. Aveva seguito il caso di Laura fin dall’inizio.
«Non pensai di trovarti qui» disse. «Ma forse è il momento giusto.»
Martina lo fissò. «Lei sa qualcosa. Lo ha sempre saputo.»
Sergio esitò. Poi aprì il suo taccuino. «Laura scomparve tra il 1998 e il 2000. L’ultima segnalazione certa fu del 12 settembre 1999. Una testimone disse di averla vista al pontile, al tramonto. Poi più nulla.»
Martina strinse i pugni. «E nessuno cercò davvero.»
Sergio la guardò. «Io sì. Ma c'erano troppi silenzi. Troppa paura. E qualcuno che non voleva che si scavasse.»
Il telefono di Sergio squillò, lui si allontanò per rispondere.
Gabriele li osservava in silenzio.
Martina attese che l’auto di Sergio sparisse oltre la curva del parcheggio dell'antica darsena. Poi si avvicinò a Gabriele, che stava raccogliendo distrattamente alcuni bicchieri dal bancone.
«Vieni qui da me, Gabriele. Ti prego» disse lei con un filo di voce. Non era una richiesta, ma un richiamo magnetico.
Lui posò tutto e la seguì verso il molo vecchio. Si fermarono dove l’acqua schiaffeggiava piano il cemento. Martina si rannicchiò su se stessa, stringendosi le braccia come se avesse un freddo improvviso, inconsolabile.
«Sergio pensa che io sia solo una vittima collaterale» sussurrò lei, guardando il vuoto. «Ma io mi sento come se fossi fatta di vetro, Gabriele. Sento che se qualcuno mi tocca troppo forte, io vado in mille pezzi. Tu mi vedi, vero? Tu lo vedi che sto annegando?»
Gabriele si avvicinò. Sentì quel bisogno quasi fisico di "aggiustare" quel dolore, di farle da scudo contro il mondo. Le si mise di fronte, bloccandole la vista del lago.
«Ti vedo, Martina. E non ti lascio andare a pezzi» rispose lui con una fermezza che nascondeva la propria inquietudine. «Ma non puoi fare così. Non puoi lasciarti trascinare giù da ogni ricordo.»
Martina alzò lo sguardo, i suoi occhi erano lucidi, carichi di una pretesa emotiva che Gabriele conosceva bene. «Tu lo dici perché sei forte. Perché tu quella sera c'eri e hai deciso di sopravvivere. Io invece sono rimasta ferma a quel giorno. Perché non mi dici la verità? Perché mi lasci qui a mendicare un pezzo della mia vita?»
Lei fece un passo avanti, invadendo il suo spazio, appoggiando la fronte sul petto di lui. Era un gesto di sottomissione e controllo allo stesso tempo. «Salvami, Gabriele. Dimmi che non sono pazza.»
Gabriele sentì il peso di quella richiesta. Esitò, poi le circondò le spalle con le braccia, stringendola più del necessario. Era la sua trappola preferita: sentirsi indispensabile per una donna che sembrava non poter respirare senza di lui.
«Non sei pazza» le mormorò tra i capelli. «Quella sera... io non vidi nulla che la polizia potesse capire. Vidi solo una donna che sceglieva un’altra strada. Ma non permetterò che tu faccia la stessa fine. Io sono qui. Mi prenderò cura io di tutto, Martina. Tu devi solo fidarti.»
Martina si staccò appena, quel tanto che bastava per guardarlo negli occhi con un sorriso amaro, quasi impercettibile. «Fidarsi è una parola difficile per chi è stato abbandonato. Ma se me lo prometti tu... forse posso provarci.»
Lui annuì, convinto di averla salvata, senza rendersi conto che, in quel preciso istante, Martina lo aveva incatenato al suo destino.
La puntata si chiuse con loro due seduti sulla panchina in riva al lago.
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— Puntata 5 : Mercoledì 05/11/2025
📍 Antica Darsena di Gozzano
Alle 14:20, la Luna si avvicinò alla Terra come non accadeva da anni. Il cielo era terso, quasi innaturale, e l’aria vibrava come se fosse attraversata da un filo invisibile. Le acque del lago erano immobili, lucide come vetro fuso: sembravano trattenere il respiro.
Ettore, il vecchio custode, si sedette sulla panchina di legno vicino al pontile. Il suo quaderno era aperto sulle ginocchia, ma non scrisse. Osservò la Luna che saliva, bianca e immensa, sopra le colline. Ogni minuto la luce cambiava, si faceva più intensa, più tagliente. Persino le ombre sembravano vive.
Alle 18:00, la luce lunare fu così forte da disegnare sul terreno ombre nitide come incisioni. Le canne del lago tremarono senza vento. Un silenzio irreale avvolse tutto. Ettore sentì un fruscio alle sue spalle. Si voltò. Nessuno.
Poi, una voce.
«Ettore…»
Era lieve, come un sussurro trascinato dall’acqua. Ma lui la riconobbe all’istante.
"Laura."
Davanti a lui, tra le canne che si aprirono come sipari, apparve una figura. Non era carne, non era sogno. Era Laura, come l’aveva vista l’ultima volta: capelli sciolti mossi da un vento che non esisteva, giacca chiara, occhi pieni di qualcosa che non aveva mai detto.
La luce della Luna la attraversò, la scolpì, la rese trasparente ai bordi. Ogni passo che compì sollevò piccole scintille d’acqua, come se camminasse sulla superficie del lago.
«Non ho mai voluto sparire. Ma qualcuno ha scelto per me.»
Ettore non parlò. Tenne il quaderno stretto tra le mani, come se potesse proteggerlo da ciò che stava vedendo.
«La notte del 17 luglio… ero già in pericolo. Ma nessuno voleva ascoltare.»
La figura si avvicinò. Non toccò terra. La sua ombra non coincise con la sua forma: si allungò, si spezzò, si ricompose come se fosse fatta di acqua e luce. Poi Laura si voltò. Non verso Ettore. Verso il lago.
E iniziò a camminare verso il vecchio pioppo isolato. La figura avanzò lentamente, come attratta da una forza antica. Le foglie del pioppo iniziarono a muoversi, anche se l’aria era immobile. Un tremolio sottile, quasi un saluto.
Laura si fermò ai piedi del pioppo. Si voltò un’ultima volta verso di lui.
«Martina deve sapere. E tu devi raccontare.»
Poi la figura si dissolse. Si assorbì nel tronco, come acqua che penetra nella terra. Ettore restò solo. La Luna era ancora alta, enorme, bianca. Ma il silenzio era tornato.
Si sedette. Aprì il quaderno. Scrisse una sola frase, con la mano che tremava.
“5 novembre 2025 – Laura è tornata. E io parlerò.”
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— Puntata dietro le quinte : venerdì 7/11/2025
(Interludio tra la Puntata 5 e la Puntata 6)
📍 Antica Darsena di Gozzano (Sera)
La nebbia avvolgeva il chiosco come una coperta umida, attutendo ogni suono proveniente dal lago.
Martina stava finendo di pulire la macchina del caffè con movimenti lenti e meccanici; i suoi pensieri erano ancora fissi sulla figura di sua madre svanita nel pioppo.
Gabriele era appoggiato al bancone esterno, osservandola in silenzio mentre giocherellava con un mazzo di chiavi.
«Martina, volevo avvisarti. Dalla prossima settimana mi vedrai un po’ meno qui alla darsena» esordì Gabriele, rompendo la quiete della sera.
Martina si fermò, alzando lo sguardo con una punta di sorpresa. «Te ne vai, Gabriele? Lasci il chiosco?»
Lui scosse il capo e le rivolse un sorriso rassicurante. «No, tranquilla. Solo che lavorerò a giorni alterni. Ho preso in gestione un altro bar su al Mottarone. Vedi Martina, bisogna essere realisti: qui sul lago la stagione invernale diventa povera di turisti. È meglio puntare sulla montagna in questo periodo. Lassù c'è sempre movimento.»
Martina annuì lentamente, sorpresa dalla sua concretezza.
«Proprio per questo ho preso una decisione anche per te» aggiunse lui. «Da gennaio a marzo ti metterò in ferie. Non ha senso che tu rimanga qui a fissare la nebbia. Qui al lago me ne occuperò io a giorni alterni, invece sul Mottarone incomincerò ad istruire Elena, una donna russa che ho assunto appositamente. Tu prenditi questo tempo per te, per riposare... e magari per cercare le risposte che ti servono.»
Martina restò in silenzio, colpita da quella premura. «Grazie, Gabriele. Mi fa piacere che tu pensi a come andare avanti... nonostante tutto questo silenzio.»
📍 Casa dei Nonni – Poco dopo
Appena rientrata, Martina raccontò tutto ai nonni mentre cenavano in cucina. Non fece in tempo a finire la spiegazione che la nonna posò le posate con un rumore secco sul piatto.
«Ferie? Quel Gabriele ti mette in ferie per andare a fare il grand'uomo in montagna?» esclamò la nonna, con un tono che non ammetteva repliche. «Altro che imprenditore! Quello è solo un playboy che cerca di darsi delle arie.»
Martina provò a ribattere: «Nonna, ha preso un altro locale, sta solo cercando di far quadrare i conti...»
«Ma fammi il piacere!» la interruppe lei, stringendo gli occhi. «Vive gratis in quella casa che in realtà era di tua madre Laura, non paga affitto e ora si permette pure di assumere straniere e fare la spola tra lago e monti. Dovrebbe ringraziare il cielo per quello che ha, invece di andare a cercare chissà cosa lassù. Non mi piace, Martina. Quell'uomo ha troppe facce.»
Martina abbassò lo sguardo sul piatto, sentendo il calore salirle alle guance. Le parole della nonna erano come spine, ma non riuscivano a cancellare la sensazione di protezione che aveva provato poco prima al chiosco. Sapeva che, per la nonna, chiunque avesse un legame con il passato di Laura era una minaccia, ma il sospetto era stato lanciato: Gabriele era un alleato o solo un opportunista che abitava tra le ombre di sua madre?
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— Puntata 6 : domenica 09/11/2025
Il cielo era grigio, il lago immobile. L’aria sapeva di pioggia e di cose non dette.
L’ispettore Sergio, della Polizia di Stato, sedeva nel suo ufficio provvisorio allestito nel centro informazioni.
Davanti a sé, una pila di fascicoli: il caso Laura, riaperto dopo ventisei anni.
Nessun corpo, nessuna confessione. Solo silenzi. «17 luglio 1998,» mormorò Sergio, sfogliando un vecchio verbale.
«L’ultima data certa. Ma non l’ultima traccia.» Secondo i documenti ufficiali, Laura era stata vista ancora nel settembre 1999, da una barista del Lido. Ma la testimonianza era stata archiviata per mancanza di riscontri. Sergio, però, non era convinto.
Qualcosa non tornava.
Nel frattempo, Ettore, il vecchio custode del Lido, osservava tutto da lontano. Nessuno lo interrogava più da anni. Ma lui non aveva mai smesso di cercare. Da tempo teneva un quaderno, pieno di appunti, orari, nomi, fotografie.
Era lì, nella sua casetta dietro la rimessa, che conservava una copia di un certificato medico: 😮Laura, incinta di sei settimane, datato 3 agosto 1998.😮 Ettore non lo aveva mai consegnato alla polizia. Non si fidava.
Quel giorno, però, lasciò una busta anonima nella cassetta postale del centro informazioni. Dentro, oltre al certificato, c’era una fotocopia di una lettera scritta da Laura, mai spedita:
«Se qualcosa mi succede, non fidarti di chi tace. Ettore sa dove cercare.»
Sergio lesse il foglio con attenzione. Il nome era lì. Il custode. Il testimone silenzioso.
L’uomo che nessuno aveva mai ascoltato davvero.
🕵️〰️🕵️〰️ La puntata si chiude con due indagini parallele:
📚 Sergio, che scrive nel suo taccuino:
😱 «Ettore. Custode. Testimone. Chiave.» 😱
📚 Ettore, seduto davanti al lago, che sfoglia il suo quaderno e si ferma su una pagina:
😱 «Settembre 1999 – ore 18: Laura al pontile. Non era sola.» 😱
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Sergio camminava lungo il sentiero che portava alla rimessa. Aveva in tasca la lettera di Laura e il verbale del 2001. Non aveva chiesto appuntamento. Non aveva avvisato nessuno. Ma sapeva che Ettore sarebbe stato lì.
La porta della casetta era socchiusa. Sergio bussò. Nessuna risposta. Entrò.
Ettore era seduto al tavolo, il quaderno aperto, una tazza di caffè freddo accanto. Non si alzò.
«Hai letto la lettera» disse senza guardarlo.
Sergio annuì.
«E il certificato. Sei settimane. Agosto 1998»
Ettore chiuse il quaderno.
«Non l’ho mai dato alla polizia. Non si fidavano di me. Non mi hanno mai chiesto nulla»
«Te lo sto chiedendo ora» disse Sergio. «Settembre 1999. L’hai vista?»
Ettore lo fissò.
«Sì. Al pontile. Era tesa. Guardava l’acqua. Poi è arrivato qualcuno»
«Chi?»
«Non lo so. Non l’ho mai visto prima. Ma lei lo conosceva. Non era Gabriele»
Sergio si sedette.
«Hai scritto: ‘Non era sola’. Perché non hai parlato?»
«Perché nessuno ascoltava. Perché avevo paura. Perché Laura mi aveva detto: ‘Se mi succede qualcosa, non fidarti di chi tace.’»
Silenzio.
«E tu hai taciuto»
Ettore si alzò lentamente.
«Non per codardia. Per rispetto. Perché pensavo che la verità sarebbe venuta da sola. Ma non è così, vero ispettore?»
Sergio tirò fuori il taccuino. Scrisse:
“Ettore. Ha visto. Ha taciuto. Ora parla.”
Poi si alzò.
«La prossima volta torno con un registratore. E con una domanda sola: chi era quell’uomo?»
Ettore lo guardò uscire. Poi riaprì il quaderno e scrisse:
“16 novembre 2025 – Sergio ha chiesto. Ma non ha capito. La verità non è in un nome. È in ciò che Laura non ha detto.”
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— Puntata 8 : domenica 23/11/2025
📍 Omegna, il cielo era basso, il vento tagliava le strade vuote. Sergio parcheggiò davanti all’ingresso dell’ospedale. In tasca, il certificato medico datato 3 agosto 1998. Laura, incinta di sei settimane. Un documento che non risultava in nessun archivio digitale.
Entrò nel reparto di ginecologia. I corridoi erano silenziosi, le luci al neon tremolavano. Chiese di parlare con la responsabile dell’archivio cartaceo. Una donna gentile lo accompagnò in una stanza piena di faldoni.
«Cerchiamo tra le visite del 3 agosto 1998» disse Sergio.
Dopo mezz’ora, trovarono il registro. Nessuna Laura. Nessuna visita a suo nome. Ma una nota a margine attirò l’attenzione di Sergio:
“Paziente senza documento. Accompagnata da uomo anziano. Richiesta riservatezza. Nessuna registrazione.”
Sergio pensò “Ettore.”
«Ricordo quella ragazza» esclamò la dipendente dell'ospedale
«Era spaventata. Disse che non voleva lasciare tracce. Il suo accompagnatore non parlò mai.»
«Era incinta?» chiese Sergio
«Sì. Sei settimane, come dice il certificato. Ma non voleva che lo scrivessi. Mi chiese solo una copia, senza protocollo.»
Sergio uscì dall’ospedale con una certezza: il certificato era vero, ma non ufficiale. Laura aveva chiesto di non comparire. Di essere invisibile.
Tornato al Lido, Sergio si fermò davanti alla casetta del custode. Non entrò. Lasciò una busta nella cassetta postale. Dentro, una sola frase scritta a mano:
“Omegna ha parlato. Ora tocca a te.”
La puntata si chiude con Ettore che apre la busta, legge la frase, e riapre il suo quaderno. Una nuova pagina lo attende:
“3 agosto 1998 – Laura non voleva sparire. Voleva proteggere qualcuno.”
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— Puntata 9 : sabato 29/11/2025
📍 Lido di Gozzano – Antica Darsena
La nebbia era così fitta da sembrare un muro di ovatta. Il lago, nascosto sotto quel velo lattiginoso, dava l’impressione di non avere più confini: né rive, né profondità, né tempo. Solo un vuoto sospeso.
Ettore sedeva sulla panchina di legno, avvolto nel suo vecchio giaccone blu scuro, consumato ai gomiti. Indossava un berretto di lana grigia tirato fin quasi alle sopracciglia. Accanto alla porta della sua casetta, una candela accesa tremolava, proiettando ombre irregolari sulla parete. Non scriveva. Non parlava. Aspettava, come se sapesse che qualcosa stava per accadere.
Martina era seduta sul pontile, con le gambe incrociate e il cappotto beige stretto attorno al corpo. Il freddo le arrossava le guance, ma lei non se ne accorgeva. In mano teneva il portachiavi d’argento a forma di luna crescente, leggermente ossidato, con incisa la data: 17 luglio 1998. Lo fissava da minuti, come se volesse decifrarlo, come se quel piccolo oggetto potesse finalmente rispondere alle domande che la tormentavano da una vita.
Alle 18:47, Ettore alzò lo sguardo. La nebbia si mosse. Non come farebbe una nuvola, ma come se qualcosa la stesse attraversando.
Una figura sottile, vestita di chiaro, emerse tra le barche ormeggiate. Camminava lentamente, senza toccare il suolo. Il vestito — una giacca chiara e una gonna che sembrava muoversi da sola — ondeggiava come immerso in acqua. I capelli lunghi, scuri, fluttuavano attorno al volto. Un volto sereno, troppo sereno per appartenere a un essere vivo.
Laura.
Ettore non si mosse. Il cuore gli batteva forte, ma il corpo era di pietra. La figura si fermò davanti a lui. Nessuna parola. Solo uno sguardo che sembrava attraversarlo.
Poi si voltò verso il pontile.
Martina urlò.
Un grido acuto, improvviso, nato da un terrore primordiale. Il suono ruppe il silenzio come un vetro che si frantuma.
Sergio — che osservava da lontano, con il suo giubbotto nero e le mani nelle tasche — scattò verso il pontile. Ma in quell’istante, un fulmine cadde nel lago, a pochi metri dalla riva. Un lampo bianco, violento, che illuminò la darsena come fosse giorno. L’acqua si sollevò in un’onda breve, circolare, come se il lago avesse trattenuto il respiro per anni e lo avesse rilasciato tutto in un colpo.
Martina era svenuta. Il portachiavi, caduto sull’asse di legno, tremava ancora per la scarica. Le sue dita erano rigide, il volto pallido.
Ettore non si era mosso. Sembrava ancora vedere la figura, anche se non c’era più.
Sergio la sollevò con delicatezza, avvolgendola nella sua giacca. La portò al centro informazioni, correndo tra la nebbia. Chiamò il 112. Martina si riprese dopo mezz’ora, il fulmine non l'aveva colpita, ma lo shock fu tremendo. Tremava. Non riusciva a parlare. Gli occhi erano spalancati, fissi su qualcosa che solo lei aveva visto, incapace di distinguere paura e rivelazione.
Ettore tornò nella sua casetta. Si sedette alla scrivania. Aprì il quaderno. La mano gli tremava mentre scriveva:
«29 novembre 2025 – Laura è tornata. Non per me. Per chi non sa.»
La puntata si chiude con tre immagini parallele:
Il portachiavi sul pontile, bagnato dalla nebbia, con la data 17 luglio 1998 che riflette un bagliore innaturale.
Martina viene portata al pronto soccorso di Borgomanero.
Ettore, che spegne la candela e chiude la finestra, come se volesse proteggere il mondo da ciò che ha visto — o proteggere ciò che ha visto dal mondo.
📍 – Borgomanero, presso “Sorrisi ed Emozioni antiquariato”
Anthony Rose stava sistemando una cornice dorata nel retrobottega del suo negozio d’antiquariato. La luce del pomeriggio filtrava tra le tende pesanti, disegnando ombre sulle mensole cariche di oggetti dimenticati.
La porta si aprì senza preavviso. Sergio entrò, senza salutare. Incominciò a girovagare per il negozio, osservava e rifletteva in silenzio.
«Mi scusi» disse Sergio «Cerco informazioni su questo»
Posò sul banco il portachiavi a forma di luna crescente.
Anthony lo osservò. Lo prese con cautela, lo girò tra le dita.
«Non è opera comune» disse «È stato fatto da mio fratello»
Sergio alzò lo sguardo.
«Suo fratello?» chiese Sergio mentre si passava una mano sulla fronte.
«Daniel Rose. Orafo. Lavorava in modo riservato, solo su commissione. È scomparso nel 2000» rispose Anthony mentre con la mano destra si toccava la parte lombare della schiena.
«Lei ha un disco lombo sacrale in sovraccarico» disse Sergio, con atteggiamento un po' presuntuoso.
«Sì, ha ragione, ha molto intuito lei, Signor….?» domandò Anthony.
Sergio si ricompose, dicendo «Mi scusi, sono l’ispettore Sergio [....], della sezione di Novara. Sono qui per investigare su questo portachiavi. Lei ha conosciuto Laura? Possedeva questo oggetto, è scomparsa molto tempo fa.»
Anthony esitò, poi scuotendo la testa cominciò a raccontare:
«Sì. Laura è stata qui, più volte. Non per comprare. Per parlare con Daniel. Avevano un legame. Ma non so quanto profondo.»
Sergio fece qualche smorfia, compiaciuto, pensò “qui trovo nuovi indizi, segreti tenuti nascosti per troppo tempo”.
Nel frattempo si aprì la porta del negozio, entrò una donna molto affascinante e chiese proprio di Daniel Rose.
Anthony spiegò alla donna: «Mi spiace Signora, mio fratello Daniel non lo vedo da 25 anni, di cosa ha bisogno?»
La signora, un po' dispiaciuta, disse: «Sapevo che viaggiava spesso per l’Inghilterra, ma non pensavo di questa assenza anomala, ehmmm, mi perdoni ma è meglio che vada, arrivederci, grazie.»
La donna uscì.
Sergio disse ad Anthony: «Io e lei dobbiamo parlare, perché sento che suo fratello è la chiave del mistero nella mia indagine. Ora vado anch’io, perché devo tornare in ufficio. La ricontatterò nei prossimi giorni. Per ora la ringrazio della sua cortese attenzione. Arrivederci Signor Rose.»
I due si strinsero la mano. La puntata si chiude con Sergio che esce dal negozio e accende una sigaretta con fare molto nervoso.
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