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stagione — 5

— STAGIONE 5 : puntate dalla 41 alla 50 + eventuali backstage e avvenimenti speciali



 Puntata 41 : Domenica 17/05/2026

Martina riaprì gli occhi lentamente, avvolta dal riverbero azzurro del lago che danzava sul soffitto della camera. Si trovava al primo piano. Accanto a lei, Gabriele dormiva ancora profondamente. Dopo quella notte d'amore, Martina si sentì per un istante guarita, lontana dalle visioni del pioppo e dalle trame della setta. In quel letto, tra le lenzuola di lino che profumavano di pulito, si sentì finalmente a casa.

Si alzò in silenzio e scese in cortile per raggiungere l'abitazione vicina, dove la nonna viveva ormai sola. L'incontro fu gelido. La nonna, senza nemmeno guardarla, iniziò a demolire pezzo dopo pezzo la figura di Gabriele. Usò parole taglienti, insinuando che l'uomo non fosse innamorato, ma solo un opportunista a caccia di una posizione.

«È solo uno che cerca un posto dove attaccare il cappello, Martina. Ti vede fragile e si è infilato nella casa di tua madre per assicurarsi un futuro,» sentenziò la nonna. Poi, puntando il dito verso la finestra, aggiunse con disprezzo: «Quell'edificio è tuo per diritto di sangue, apparteneva a Laura. Lui è solo un estraneo che calpesta la tua eredità. Era un amico di tua mamma, ha sempre abitato lì, ma è solo un ospite.» vomitò sentenze la nonna.

Martina rimase scioccata, e disse «Mia mamma era generosa, lo aveva accolto tanti anni fa, un amico convivente, ma tu mi stai raccontando la storia...»

La nonna la interruppe gridando «Smettila, tu stai solo saziando le sue voglie sessuali, vergognati...»

Martina riattraversò il cortile con il cuore appesantito dal dubbio. Rientrò in quella casa che ora non le sembrava più "di Gabriele", ma un bene sacro che lui stava profanando. Lo trovò in cucina; lui aveva preparato il pranzo con estrema cura, usando i piatti di ceramica antica che erano stati il tesoro di Laura. Quello che solo un'ora prima le sarebbe sembrato un gesto d'amore, sotto l'influenza della nonna le apparve come un'invasione di campo.

Gabriele le sorrise, accogliendola con un calice di vino bianco, ma Martina lo guardò con una freddezza glaciale. Quando lui provò a sfiorarle una spalla, lei si scostò bruscamente.

«Non toccarmi. Ho bisogno di spazio,» sbottò lei, lasciandolo interdetto.

«Ma che succede? Volevo solo farti una sorpresa per il pranzo...» provò a giustificarsi lui.

«Una sorpresa?» lo interruppe lei con una risata amara. «Chi ti ha dato il permesso di usare le cose di mia madre? Questa casa è mia per diritto di sangue, Gabriele. Tu sei qui perché te lo permetto io, non dimenticarlo. Ti sei allargato troppo, ti muovi qui dentro come se fossi il padrone.»

Gabriele rimase immobile, ferito dall'improvviso cambiamento. Provò a spiegarle che a lui importava solo di lei e non delle mura, ma Martina fu spietata. Lo trattò con la stessa discontinuità e mancanza di affidabilità che aveva imparato a subire dagli altri.

«Dicono tutti così quando hanno trovato la pappa pronta,» sputò lei, usando l'arma della nonna come un pugnale. «Da oggi voglio i miei spazi. Non aspettarti che io sia sempre qui a convalidare la tua presenza. Se non ti sta bene, sai dov'è la porta.»

Martina si sedette a tavola e iniziò a mangiare da sola, ignorandolo completamente. Lo trasformò in un'ombra, in un estraneo che occupava abusivamente il suo spazio vitale. La puntata si chiuse con Gabriele seduto in salotto, avvolto da una tristezza infinita.



— Puntata 42: Venerdì 22/05/2026

Il venerdì pomeriggio scivolò sul Lago d’Orta con un cielo color piombo che prometteva pioggia senza mai concederla. Gabriele si trovava sulla panchina vicino all'Antica Darsena, lo sguardo perso nel punto esatto in cui il pioppo sembrava vibrare di una luce malata. Non era tornato a casa dopo il lavoro; non ne aveva la forza. Aveva i pensieri fissi su Martina, guardava e riguardava con la memoria le scene, i continui sbalzi di umore di quella ragazza.

Sergio passava di lì per caso, lo raggiunse in silenzio. Si sedette accanto a lui, offrendogli una sigaretta che Gabriele rifiutò con un cenno stanco.

«Non è migliorata, vero?» esordì Sergio, la voce ferma dell'uomo che ha visto troppi crimini e troppe macerie umane per lasciarsi sorprendere.

Gabriele scosse il capo, fissando le proprie mani. — «Sergio, sto vivendo giornate assurde, a volte facciamo l'amore, a volte sembra un altra persona e mi tratta molto male, ti ho già raccontato un sacco di cose al telefono...»

Sergio espirò il fumo, guardando verso le case.

«Martina è un enigma rotto, Gabriele. Quello che vedi ogni tanto non è cattiveria, è una patologia. Si muove come una borderline: per lei non esistono sfumature. O sei il suo salvatore o sei il suo carceriere. Ti ha svalutato ferocemente perché ha avuto paura della vicinanza che avevate raggiunto. Quando sente che qualcuno entra troppo nel suo spazio, lei distrugge tutto per non essere distrutta a sua volta.»

«Ma io non volevo distruggerla! Volevo solo amarla,» ribatté Gabriele con amarezza.

«Ed è proprio questo il problema,» continuò Sergio, voltandosi a guardarlo negli occhi. «Martina non sa cosa sia l'amore, perché nel suo codice genetico l'amore è sinonimo di abbandono. In te, Gabriele, lei non vede l'uomo che le prepara il pranzo o che la protegge. In te proietta l'ombra di Daniel Rose, il padre che l'ha lasciata nel vuoto. Tu sei diventato il bersaglio di tutta la rabbia che lei non può sfogare su un uomo che non c'è. Ti attacca, ti chiama opportunista, ti accusa di voler "attaccare il cappello" solo perché sta cercando di respingere il fantasma di suo padre prima che lui possa ferirla di nuovo attraverso di te.»

Gabriele sentì un brivido. — «Quindi sono solo un sostituto? Una vittima sacrificale per i suoi traumi?»

«Sei lo specchio in cui lei vede le sue mancanze,» sentenziò Sergio. «Finché resterà incastrata in quella dinamica borderline, Martina non potrà mai darti stabilità. Ti metterà sempre in pausa, ti sminuirà sempre quando si sentirà minacciata dall'intimità. Lei vede in te l'assenza di Daniel e punisce te per le colpe di lui. È un circolo vizioso, Gabriele. E se non ti proteggi, finirà per consumare anche la tua stabilità psicologica.»

La puntata si chiuse con il rumore di un tuono lontano. Sergio si alzò, lasciando Gabriele solo sulla panchina, con la consapevolezza che l'amore per Martina non era una cura, ma un atto di guerra contro un passato che lei non voleva ancora lasciare andare.



— Puntata 43: Domenica 24/05/2026

Il sole di fine maggio batteva forte sulle cime del Mottarone, regalando una vista così nitida, che le isole del Verbano sembravano perle incastonate nel blu. All'interno del bar di Gabriele, l'atmosfera era frenetica ma ordinata. Non era una chiusura definitiva di fine stagione, ma un passaggio di consegne: il locale restava attivo, veniva affidato alla gestione di Elena, una ragazza di origini russe che Gabriele conosceva da tempo e di cui si fidava ciecamente.

Martina osservava la scena appoggiata allo stipite della porta, le braccia incrociate e un mocio ancora umido in mano. Aveva appena finito di pulire il retro, un gesto che avrebbe dovuto darle pace e invece sembrava aver alimentato la sua agitazione interiore. Il suo sguardo passava continuamente da Gabriele a Elena.

Elena si muoveva con una grazia naturale, una calma serena che sembrava ricaricare l'ambiente. Quando Gabriele le spiegò un'ultima procedura sulla macchina del caffè, le sfiorò accidentalmente il braccio e le sorrise. Per una persona comune sarebbe stato un gesto di semplice cameratismo lavorativo; per Martina fu l'innesco di una detonazione.

In quel momento si poteva scorgere chiaramente la frattura nell'anima di Martina. La sua era una psicologia borderline pura: non esistevano sfumature. Elena, con la sua efficienza e la sua solarità, non era una dipendente, ma una minaccia esistenziale. Nella mente di Martina scattò la "svalutazione" preventiva: se Gabriele prestava attenzione a un'altra, allora lei non era più l'unica, e se non era l'unica, allora era nulla.

«Sembra che abbiate già trovato un'intesa perfetta,» sbottò Martina, la voce tagliente come un rasoio. «Forse preferiresti restare qui quassù con lei, invece di scendere con me al chiosco dell'Antica Darsena.»

Gabriele si voltò lentamente. Il suo atteggiamento era mutato profondamente rispetto al periodo di fine marzo. Era diventato pacato, solido, privo di quell'egocentrismo che lo portava un tempo a voler essere il centro del mondo di Martina.

«Elena è una professionista e un'amica. Grazie a lei possiamo riaprire la stagione al lago con tranquillità. È un valore aggiunto per il nostro lavoro, non un ostacolo.»

Ma Martina non poteva capire il concetto di "valore aggiunto". Per lei, la stabilità di coppia era un concetto astratto, un codice che non sapeva decifrare. La sua incapacità di gestire le emozioni la portava a percepire la vicinanza come un pericolo di invasione, e la distanza come un abbandono imminente. Era intrappolata in un paradosso: voleva Gabriele tutto per sé, ma quando lui si avvicinava troppo, lei lo respingeva ferocemente, seguendo la dottrina della nonna.

Proprio in quel momento, Martina notò una vecchia foto in un cassetto del bancone, lasciata lì durante le pulizie. Ritraeva Gabriele ed Elena l'anno precedente, durante un evento a Borgomanero. Ridevano. Elena aveva lo stesso sguardo luminoso che aveva rivolto a Gabriele poco prima.

La gelosia di Martina divampò, irrazionale e sproporzionata. Non era la gelosia di chi ama e teme di perdere il partner, ma quella di chi vede crollare il proprio controllo sull'altro.

«Tu la conoscevi già. Me l'hai tenuto nascosto,» disse Martina, la voce che tremava per una rabbia mal contenuta. «La porti qui, nel mio mondo, dopo aver fatto il padrone in casa di mia madre... vuoi circondarti di persone che ti danno ragione, vero?»

Gabriele non si scompose. Prese la foto, la guardò con un mezzo sorriso carico di nostalgia positiva e la mise in tasca.

«Non ti ho nascosto nulla, Martina. Ho solo smesso di giustificare ogni mio respiro per paura delle tue reazioni. Elena gestirà da sola il bar qui al Mottarone, noi gestiremo il chiosco all'antica Darsena di Gozzano. Se non riesci a vedere la fortuna che abbiamo, è perché sei troppo impegnata a combattere contro fantasmi che non esistono.»

Mentre caricavano l'attrezzatura in auto per scendere verso Gozzano, il contrasto era evidente. Gabriele guidava verso la nuova stagione all'Antica Darsena con la mente rivolta ai progetti e alla produzione del chiosco. Martina, seduta accanto a lui, fissava il vuoto, prigioniera della sua stessa mente. La battaglia di Martina non era contro Elena o contro Gabriele, ma contro quel vuoto interiore che la rendeva incapace di abitare il presente senza distruggerlo.

La puntata si chiuse con l'auto che scendeva dal Mottarone. Alle loro spalle restava l'erba dei prati immensi; davanti a loro, il riverbero del lago d'Orta e una stagione estiva che si preannuncia carica di elettricità.

— Puntata 44: Domenica 31/05/2026

Ogni ultima domenica del mese, per le vie del centro di Borgomanero c'era il mercatino dell'antiquariato e modernariato. Martina era una frequentatrice abitudinaria, non acquistava mai nulla, ma adorava curiosare, toccare gli oggetti vecchi, e poi come se fosse un ticchio, si annusava le mani per respirare l'odore del passato.

Questa domenica Martina era uscita di casa alle sette, la mattinata era iniziata bene, di buon umore, fece prima visita ai suoi gatti a casa della nonna, e notò che finalmente tra i due si era sviluppata amicizia; riempì entrambe le ciotole con lo stesso cibo umido, i due pelosetti mangiarono uno a fianco all'altro senza più dispetti.

La nonna stava stendendo i panni, forse fu la prima ad essersi alzata in tutta la località residenziale dell'antica darsena.

Gabriele invece era già al chiosco a preparare le colazioni per i turisti francesi che campeggiavano con i loro camper.

Martina passò dal chiosco e diede un bacio a Gabriele, prese l'automobile ed andò a Borgomanero. Parcheggiò vicino al parco nei pressi del torrente Agogna, poi a piedi si diresse in centro per fare la sua abitudinaria passeggiata tra le bancarelle della roba vecchia.

Ma il suo sangue fu chiamato da un "segnale" e si diresse verso il negozio "Sorrisi ed Emozioni". La serranda era abbassata ma per caso si scontrò quasi con suo zio Anthony Rose, che stava uscendo dal cortile.

« Buongiorno mia cara, vieni al bar che facciamo colazione » disse Anthony

« Buongiorno zio, volentieri grazie » rispose Martina stringendo la mano di Anthony

Si sedettero al tavolino esterno, entrambe consumarono un tè con dei biscotti conditi con marmellata.

Anthony incominciò a chiacchierare «Ti sei mai chiesta, Martina, perché la tua mente abbia iniziato a viaggiare nel passato proprio ora ? Perché toccare la corteccia di quel pioppo all'antica darsena di Gozzano ti provochi scosse che non riesci a spiegare a parole?»

Martina scosse la testa, lo sguardo fisso nei suoi occhi. «Penso di stare impazzendo, zio. Vedo cose che non ho mai vissuto. Ricordi di mia madre... di mio padre Daniel. Ma la biologia dice che sono passati più di vent'anni da quando lei è svanita.»

Anthony accennò un sorriso amaro, incrociando le dita delle mani.

«La biologia degli uomini comuni si ferma al guscio, alla carne. Credono che la mente sia un prodotto del cervello, un faro che si spegne quando si esaurisce l'olio. Ma la verità, la dottrina centrale che la nostra famiglia custodisce da generazioni, è esattamente l'opposto. La storia visibile, quella che la gente chiama realtà, è solo un velo debole.» disse Anthony.

Si chinò per raccogliere un fazzoletto che era caduto, spinto dal vento.

Continuò la spiegazione «Il corpo umano non genera la coscienza. Il corpo la riceve. Immaginalo come un decoder sintonizzato per catturare un segnale invisibile che fluttua nell'aria. Quando il guscio si rompe o si deteriora, il segnale non smette di esistere. Semplicemente, migra. Va a cercare un altro contenitore, un altro vaso in grado di risuonare alla stessa identica frequenza.»

Martina avvertì un brivido freddo lungo la schiena. Le parole dello zio evocavano un ordine superiore, ineluttabile e privo di coordinate religiose tradizionali. «Stai dicendo che mia madre...»

Anthony la interruppe, prendendole la mano «Sto dicendo che tutto ciò che siamo, ogni singola emozione, conoscenza e memoria, viene registrato nel profondo del nostro DNA come su un nastro magnetico indistruttibile. Nulla va perduto. Quando il corpo di tua madre Laura ha esaurito la sua funzione tra il 1998 e il 2000, la sua energia non è finita nel nulla. Ha attraversato un passaggio rituale, un tunnel invisibile ai sensi fisici, trasferendo la sua coscienza in un elemento naturale, in quel pioppo che ancora oggi vigila sul lido dell'antica darsena. Esiste al di fuori dei vincoli di questo spazio e di questo tempo, in una dimensione parallela che si interseca con la nostra.»

Martina intervenne «E io cosa c'entro in tutto questo?» 

Anthony si chinò leggermente verso di lei, lo sguardo magnetico.

«Il tuo sangue, Martina. Il sangue dei Rose non è un semplice legame biologico, ma un fluido energetico. Arrivata a ventisette anni, la tua biologia si è sintonizzata sulla frequenza ereditaria della setta. Ti stai risvegliando perché il tuo DNA ha iniziato a fare da decoder per quelle memorie registrate. Tu sei il vaso perfetto, il contenitore giovane e duraturo che la Maga di Londra sta cercando per trasferirvi la propria mente e garantire la continuità del suo essere all'infinito. Ma io sono contrario a questo, devi essere libera»

Martina era preoccupata e con una carica di ansia stava sbriciolando un biscotto sul tavolo. Infine disse «Voglio confidarmi con te zio, voglio raccontarti di Sergio, e...»

Anthony la interruppe « Calma, calma, hai bisogno di protezione, Sergio dubita di me perché non mi conosce, ma è un buon uomo, di una volta, tutto d'un pezzo, lascia che faccia il suo lavoro...»

Martina scosse la testa, ripulendosi nervosamente le dita dalle briciole del biscotto. «Ma lui cerca risposte terrene, zio! Cerca impronte, file, prove cartacee. Come può un poliziotto proteggermi da qualcosa che fluttua nell'aria? Da una... Maga?»

Anthony si tese, lo sguardo si fece improvvisamente serio, quasi d'acciaio. Si guardò intorno per accertarsi che nessuno al bar stesse prestando attenzione al loro tavolo.

«Sergio ti proteggerà nel mondo visibile, che è l'unico che sa decifrare», sussurrò Anthony, abbassando la voce di un'ottava. «Ma contro il fluido magnetico della setta, la legge non può nulla. La Maga ha già iniziato a muovere le sue pedine da Londra. Sente che la tua biologia è matura, Martina. Sente la risonanza del tuo sangue fino a Notting Hill.»

«E allora cosa devo fare? Devo scappare?» chiese lei, con un filo di voce che tradiva il panico.

Anthony allungò la mano e sfiorò delicatamente il polso di Martina. Nel momento esatto del contatto, la ragazza avvertì una strana vibrazione tiepida, come una scossa elettrica a bassa frequenza.

«Non si scappa dal proprio sangue, mia cara. Devi solo imparare a schermarti. Per ora, non toccare più quel pioppo senza che io sia presente, e tieni sempre con te l'originale del portachiavi a luna crescente. Quel talismano non è un semplice ricordo di tua madre; è un nodo energetico che protegge la tua frequenza da intrusioni esterne. Finché risuoni con Laura, la Maga non può agganciarti.»

Martina guardò la mano dello zio, poi sollevò gli occhi, smarrita. «Tu sai dov'è mia madre adesso, vero?»

Anthony ritrasse la mano, lo sguardo divenne freddo «Tua madre ha compiuto il suo passaggio rituale. Ma il velo è sottile. Ora andiamo, ti riaccompagno alla macchina. E ricorda: il silenzio è la tua prima difesa.»

Martina trascorse l'intera giornata e serata al chiosco all'antica Darsena di Gozzano.

«Amore, ti vedo carica a mille oggi, sono le 21:00, ti preparo qualcosa?» Gabriele disse a Martina abbracciandola 

«Grazie, mi piacerebbe mangiare due toast con salmone affumicato condito con pesto e curcuma» rispose Martina mentre raccoglieva bicchieri e taglieri vuoti dai tavolini in giardino 

Una bambina bionda di origini svizzere passò a fianco a Martina e si aggrappò ai lacci del suo grembiule, che solitamente indossava per proteggersi dagli schizzi; Martina era evidentemente stanca, ma reagì comunque con diplomazia; infine la bambina continuò la sua allegra corsa verso le piccole giostre.

La puntata terminò tardi con una doccia di coppia, Martina e Gabriele finirono a letto e la passione vinse sulla stanchezza del lavoro.

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–Puntata 45: Domenica 07/06/2026

Il silenzio della domenica mattina, nella casa di Martina e Gabriele, era interrotto solo dal sommesso fruscio del vento tra le foglie dei pioppi che si intravedevano dalla finestra. Martina era sola; Gabriele era uscito presto per il suo turno di lavoro al chiosco dell' antica darsena, lasciandole l'intera giornata per raccogliere i pensieri. Ma la quiete durò poco.

Tre colpi secchi, decisi, alla porta d'ingresso fecero sobbalzare Martina. Quando aprì, si trovò davanti Sergio. Non indossava la divisa, ma la sua espressione aveva la stessa durezza del marmo. Senza aspettare un invito formale, l'investigatore fece un passo dentro casa.

«Gabriele non c'è, è a lavorare» disse Martina, incrociando le braccia, istintivamente sulla difensiva.

«Lo so che non c'è. È con te che devo parlare, Martina» esordì Sergio, la voce bassa ma carica di una tensione palpabile. Rimase in piedi al centro del soggiorno, lo sguardo che passava in rassegna la stanza prima di fissarsi nei grandi occhi della ragazza. «E dobbiamo farlo adesso, senza filtri»

Martina tacque, avvertendo il peso del fluido magnetico che le scorreva nelle vene, quella memoria genetica che Sergio non poteva comprendere e che la spingeva a cercare risposte altrove.

«Pensi che io sia un ingenuo, vero?» riprese Sergio, facendo un passo verso di lei. «Pensi che la riapertura del caso di tua madre sia stata una pratica burocratica passata per caso su un computer del Ministero? Pensi che nel 2025 lo Stato italiano si sia svegliato una mattina decidendo di ripulire la polvere da una vecchia storia di scomparsa di venticinque anni fa?»

Martina rimase in silenzio, lo sguardo fisso sull'ispettore.

«Niente affatto, Martina. Questo caso è ripartito solo ed esclusivamente per iniziativa mia» disse Sergio, battendosi un dito sul petto. «Sono io che non ho mai digerito quel fallimento tra il 1998 e il 2000. Sono io che sono andato di mia spontanea volontà a scavarmi i vecchi faldoni, analizzando ogni singola riga. Ho preso nuovi elementi, ho incrociato vecchi dati con le tecnologie odierne e ho scritto di mio pugno una nuova informativa di reato. Sono andato personalmente dal Pubblico Ministero della Procura della Repubblica e l'ho convinto, ci ho messo la mia faccia e la mia carriera per fargli firmare il decreto di riapertura delle indagini e farmi dare la delega.»

Sergio si fermò un istante, respirando a fondo, ma il suo sguardo non perse intensità.

«Ci sto mettendo la mia vita su questa indagine per dare una risposta a te e alla memoria di Laura. E tu come mi ripaghi? Mi remi contro, Martina! Fai di testa tua, ti muovi nell'ombra come una mina vagante e non collabori minimamente con l'unica persona che sta cercando la verità legale in questa storia!»

«Io sto solo cercando di capire...» provò a interromperlo Martina, sentendo il calore del portachiavi a Luna Crescente che custodiva gelosamente, l'oggetto che per lei era un talismano esoterico e non un semplice indizio di polizia.

«No, tu stai giocando con il fuoco!» la interruppe bruscamente Sergio, alzando leggermente il tono della voce. «Invece di venire da me, vai in giro a raccontare fatti personali e dettagli riservati. Ti confidi con Gabriele, esponendo cose che dovrebbero rimanere protette dal segreto istruttorio. E, cosa ancora più grave e folle, vai a raccontare i tuoi segreti ad Anthony Rose!»

Il nome dei Rose risuonò nella stanza come un rintocco solenne.

«Ti rendi conto di chi è quell'uomo?» incalzò Sergio, stringendo i pugni. «È un Rose! È il fratello di Daniel Rose, tuo padre, anch'esso scomparso. Quella famiglia era al centro di ogni singola ombra venticinque anni fa. Andare da lui a consegnare i dettagli della tua vita significa andare dritta nella tana del lupo. Se la Procura scopre che l'indagine è compromessa dalle tue infiltrazioni e dalle tue confidenze, il PM mi toglierà il caso e la storia di tua madre tornerà sotto terra per sempre. Io sono qui per proteggerti, Martina, ma se tu continui a nascondermi le cose e a fare di testa tua, non potrò fare più nulla per te.»

La puntata si concluse con Sergio che si voltò e se ne andò dalla casa sbattendo la porta. Ormai era evidente: l'ispettore era coinvolto in modo viscerale ed emozionale. Stava agendo per un'ossessione personale che andava ben oltre la sua semplice funzione lavorativa.

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—Puntata 46: Venerdì 12/06/2026

Ambientazione: Borgomanero. Lo studio della Dottoressa Gemma era un’oasi di silenzio sospesa sopra il rumore della provincia. È qui che Martina e Gabriele, logorati da settimane di incomprensioni e distanze, avevano deciso di comune accordo di andare a parlare entrambi con la dottoressa, psicologa e psicoterapeuta di coppia, per cercare una chiave di lettura ai loro blocchi. Ampie vetrate tagliavano la stanza, offrendo una vista nitida sul verde rigoroso degli alberi esterni, ma l'atmosfera interna si presentava densa, quasi clinica. Una luce morbida illuminava le due poltrone posizionate l'una di fronte all'altra.

Come stabilito per il primo incontro, entrarono a farsi analizzare uno per volta. Il primo a sedersi fu Gabriele, mentre Martina attese fuori, nella penombra della sala d'aspetto, lo sguardo perso oltre il vetro.

Parte I: L'Alchimia del Soccorso

Gabriele si accomodò di fronte alla Dottoressa Gemma. Aveva le spalle rigide, la postura tipica dell'uomo abituato a reggere il peso di un'attività imprenditoriale, ma i suoi occhi tradivano una fatica diversa, più sottile.

Gabriele: «Dottoressa, c’è una cosa che mi tormenta. Forse ho deciso di allontanarmi da Martina, definitivamente. Ma mi sento svuotato, quasi in colpa. Mi chiedo se io la ami davvero o se sia solo una sfida con me stesso.»

Dott.ssa Gemma: «Cosa glielo fa dubitare, Gabriele?»

Gabriele: «Fin dal primo istante in cui la incontrai, sentivo che qualcosa in lei non andava. Ero seduto accanto a lei sul pontile, non diceva una parola, eppure sentivo un pericolo forte, la sensazione di rimanerci secco. All'inizio sembrava che tutto potesse funzionare, ma poi arrivarono i silenzi, la sua inaffidabilità... Martina disse subito dopo qualche giorno di convivenza: «Io non dico 'Ti amo' a parole, io lo dico con i fatti». Ma io non vedo mai azioni che dimostrano amore. Solo fobie e una distanza incolmabile.»

Dott.ssa Gemma: «E lei, come uomo e come imprenditore, come reagisce a questo muro?»

Gabriele: «Cerco di fare quello che so fare meglio: costruire. Cerco di coinvolgerla nei miei progetti, nel lavoro, di darle una struttura, una direzione. Voglio trasformarla in una donna felice, solida. Mi sento forte in quel ruolo di guida. Ma ora mi chiedo: la amo davvero o la utilizzo solo come una persona da salvare per sentirmi potente nel mio ego?»

Dott.ssa Gemma: (Prese un appunto sul suo taccuino, poi lo guardò fisso negli occhi) «La risposta, non è netta come crede. Esiste quello che chiamiamo Amore Proiettivo. Lei non ama Martina per la persona reale che è nel buio, ma ama l’immagine radiosa di chi può diventare una volta messa in salvo e resa felice da lei.»

Gabriele: «Quindi è solo un esercizio di potere?»

Dott.ssa Gemma: «In termini scientifici, c’è una sovrapposizione. Lei investe energie reali, pianifica un futuro e soffre: questo non è mero cinismo, è un legame profondo. Tuttavia, la sua mente utilizza la fragilità di Martina come uno specchio. Cercando di renderla felice e di inserirla nel suo mondo produttivo, lei conferma a se stesso la propria capacità di controllo e la sua forza come uomo. È un’alchimia del soccorso: trasforma il malessere di lei nel carburante della sua indispensabilità.»

Gabriele: «È per questo che mi sento in astinenza, come se mi mancasse un pezzo del mio equilibrio?»

Dott.ssa Gemma: «Sì. Lei è abituato a ricevere una scarica di adrenalina ogni volta che riesce a gestire una crisi di Martina. Ora che taglia i ponti, deve imparare a essere felice senza dover guarire nessuno. Non è un errore incontrarla: questa collisione le mostra fin dove può spingersi la sua volontà, ma le insegna anche che un’impresa, per funzionare, ha bisogno di due soci attivi. Martina non può esserlo.»

Gabriele: (Restò in silenzio per un lungo istante, poi scosse la testa, lo sguardo fisso nel vuoto) «Non può capire la pressione che ha addosso. Martina è esausta. Quel portachiavi a luna crescente, le visioni continue quando tocca il pioppo alla Darsena... la sua biologia si sintonizza su una frequenza ereditaria che la distrugge. Non ha energie per nient'altro. Quando si tira indietro, quando sparisce per ore, non lo fa apposta. È solo... prosciugata dal peso dei Rose, la famiglia che non conosce davvero»

Dott.ssa Gemma: (Posò la penna sul tavolo, incrociando le mani) «Gabriele, fermati un secondo. Ascoltati. Cosa fai in questo preciso momento?»

Gabriele: (Spiazzato) «Cosa sto facendo? Cerco di spiegarle perché lei non può essere presente. La giustifico, la proteggo.»

Dott.ssa Gemma: «No. Tu indossi la divisa da soccorritore. Di nuovo. Attivi quello che nel tuo storico chiamiamo lo Schema del Salvatore.»

Gabriele: (Sbuffò, girandosi di scatto verso la vetrata) «Cosa c'entra adesso? Io la voglio aiutare! Conosco quel tipo di buco nero emotivo, so cosa significa dimenticarsi di se stessi per i loop altrui. Se non la ascolto io, se non le offro la mia totale flessibilità, chi lo fa?»

Dott.ssa Gemma: (Con tono fermo, ma estremamente lucido) «Ed è proprio qui la trappola, Gabriele. Tu vedi una donna esaurita, inaccessibile, prigioniera dei suoi doveri esoterici, e il tuo radar invisibile si attiva. Invece di pretendere una relazione paritaria, un investimento del cinquanta per cento da entrambe le parti, tu entri nel ruolo del terapeuta comprensivo. Offri ascolto psicologico, ti annulli, elimini i tuoi spazi. E in cambio cosa ricevi? Rifiuti mascherati da scuse, o un semplice grazie per la comprensione.»

Gabriele: (Abbassò lo sguardo, visibilmente colpito) «Lei... lei è bloccata. La sua mente è un vaso che la sua famiglia Rose vuole riempire.»

Dott.ssa Gemma: «Ma quel vaso non devi essere tu a sorreggerlo a costo della tua stabilità. La distanza o il mistero non sono l'ostacolo reale: la verità è che Martina, in questo momento, non ha spazio emotivo per te. Questa è una direttiva assoluta che devi scolpirti nella mente, Gabriele: tu meriti una persona sana, pronta e attiva. Qualcuno che mette il suo cinquanta per cento senza che tu debba lottare, soccorrere o elemosinare per essere visto. Il tuo benessere viene prima dei loop di Martina. Se continui a fare il Crocerossino, finisci per annegare insieme a lei.»

Gabriele: (Restò in silenzio per diversi secondi, guardando fuori dalla finestra) «È una copia carbone del passato, vero? Rincorro lo stesso identico fantasma.»

Dott.ssa Gemma: «Sì. Biologicamente e psicologicamente tendiamo a ripetere i loop irrisolti. Ma c'è una differenza fondamentale rispetto al passato, Gabriele. Oggi te ne accorgi prima di caderci dentro del tutto. Ora fai un passo indietro. Non rimani secco, capisci solo che d'ora in avanti le tue fondamenta le usi solo per terreni solidi. Lascia che sia lei a muoversi, se davvero vuole essere salvata.»

Parte II: La Fine dell'Illusione

Gabriele uscì dallo studio, portando con sé il peso di una verità nuda. Fu il turno di Martina di entrare a farsi analizzare. Si sedette sulla poltrona di fronte alla terapeuta, stringendo rigidamente tra le dita il portachiavi a luna crescente, tanto da farne affondare i bordi metallici nel palmo della mano.

Dott.ssa Gemma: (La osservò con calma, mantenendo un tono di voce fermo e accogliente) «Gabriele mi chiede di riceverla perché la vede fluttuare. Mi dice che lei alterna momenti di assoluta disponibilità a improvvisi ritiri, come se una forza invisibile la frenasse un attimo prima di toccare terra. Mi racconta cosa succede quando si ritira?»

Martina: (Alzò lo sguardo, con gli occhi lucidi ma determinati, e iniziò a raccontare liberamente) «Ci sono mattine in cui l’aria dell'Antica Darsena sembra più limpida del solito, quasi tagliente, come se volesse costringermi a vedere anche quello che ho passato mesi a nascondere sotto il tappeto. Guardo Gabriele mentre prepara i tavoli per i turisti al chiosco. C’è il sole, tutto sembra perfetto, la solita routine rassicurante. Quando mi viene vicino, mi abbraccia forte, ma dentro di me qualcosa non risuona più come i primi momenti. Sento una strana distanza, un freddo che non ha niente a che fare con il meteo. Fino a poco tempo fa vivevo nell'illusione che il nostro amore potesse proteggermi da tutto. Mi cullo nell'idea che il chiosco, i suoi gesti premurosi siano un porto sicuro, un guscio inattaccabile in cui posso rimanere la Martina di sempre, quella che si nasconde dai fantasmi del passato. Voglio credere che lui possa capire il peso che porto dentro, le scosse che provo toccando la corteccia del pioppo, quel richiamo del sangue che mi tormenta. Ma la verità è che Gabriele appartiene al mondo visibile. Un mondo fatto di cose concrete, di colazioni da preparare, di fatica a fine giornata, di toast e sorrisi diplomatici. È un brav’uomo, ma non può vedere il velo che si sta squarciando. Non è colpa sua, semplicemente non ha gli strumenti per sintonizzarsi sulla mia stessa frequenza. Un giorno mio zio Anthony mi disse una cosa che mi è rimasta conficcata nella testa: «La biologia degli uomini comuni si ferma al guscio». Ecco cos'è questa strana sensazione che mi porto dietro: disillusione. Non è rabbia, non è rancore. È solo la fine di un'illusione. Smetto di aspettarmi che Gabriele sia la mia ancora di salvataggio o che capisca l'impegno emozionale e il viaggio mentale che sto affrontando. Fa male ammetterlo, ma crescere significa anche questo: accettare che certe battaglie vanno vissute da soli, e che il cordone con la sicurezza del passato si sta rompendo. La passione vince ancora sulla stanchezza quando andiamo a letto, ma quando si spengono le luci, nel silenzio, so che il mio cammino prende una direzione che lui non potrà mai seguire. Non sono più la ragazza indifesa di prima. Sto diventando un'altra persona. Non sono io che mi ritiro. È la vita che mi viene addosso. C’è sempre qualcosa da fare, un’urgenza che mi blocca. Mia madre che non c'è più ma il cui passato mi assorbe, la casa da gestire, i doveri, i dettagli quotidiani... A volte mi sento come se dovessi occuparmi di tutto e di tutti. A volte vorrei fare una passeggiata con lui, ma mi ritrovo sommersa dalle cose da fare: mia nonna, i gatti, l'orto, il giardino, il chiosco, la casa, la sensazione di essere l'unica a farsi carico del peso familiare mentre gli altri si disinteressano di tutto. Finisco per mandare a Gabriele messaggi infiniti sul cellulare, bollettini dettagliati della mia stanchezza, quasi per giustificarmi.»

Dott.ssa Gemma: (Annuì lentamente, aspettando che il flusso si placasse, poi si appoggiò alla poltrona con solennità) «Capisco. Lei rovescia sugli altri la cronaca dettagliata delle sue fatiche. Ma si chiede mai se tutto questo fare, questo iper-attivismo logistico, non sia in realtà uno scudo?»

Martina: (La fissò, colpita al cuore dalla domanda) «Uno scudo? Contro cosa? Io lo faccio per dovere.»

Dott.ssa Gemma: «È la trappola più antica del mondo, la difesa più socialmente inattaccabile che esista. Dire «non posso perché devo occuparmi di...» ci mette al riparo da qualsiasi critica esterna. Ma la verità psicologica è un'altra: lei usa questo carico quotidiano come un alibi per non esporsi emotivamente. Ha una profonda paura delle relazioni, Martina. Ha paura dell'intimità e di ciò che comporta sintonizzarsi davvero su un'altra persona.»

Martina: (Rimase in un silenzio tombale, stringendo ancora di più la presa sul talismano a luna crescente)

Dott.ssa Gemma: «Questo flusso continuo di messaggi logistici, questo bisogno ossessivo di raccontare ogni singola fatica a chi le sta vicino, non è vera comunicazione. È un bisogno di attenzione disfunzionale. Lei cerca un sostegno psicologico, qualcuno che la salvi o che finalmente le dia quella validazione che sente di non avere dal proprio vissuto. Ma finché usa i suoi doveri e i suoi loop familiari come una fortezza, lei rimane una spettatrice della sua stessa vita, bloccata sulla riva della Darsena, incapace di immergersi davvero nel lago.»

La puntata si chiuse nella casa, Gabriele e Martina decisero di dormire in letti separati per quella notte, alla ricerca di se stessi.

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—Puntata 47 : Venerdì 19 giugno 2026

Ambientazione: Londra, Notting Hill – Dimora della Maga dei Rose

Il cielo sopra Notting Hill conservava quel grigio opaco che non lascia passare la luce, come un velo steso appositamente per nascondere i segreti del mondo visibile. Nella penombra della grande stanza profumata di incenso e legni antichi, la Maga dei Rose sedeva immobile, gli occhi fissi sui riflessi argentei di uno specchio d’acqua racchiuso in un bacile di pietra.

Il rintocco leggero della porta annunciò l’arrivo di Anthony. L’antiquario di Borgomanero avanzò con passo misurato, il cappotto ancora umido della pioggia londinese. Non c’era bisogno di convenevoli tra loro; il sangue che scorreva nelle loro vene non era un semplice legame biologico, ma un fluido magnetico che vibrava sulla stessa identica frequenza.

«Sei venuto da lontano, Anthony», esordì la Maga, la voce profonda che sembrava vibrare dalle pareti stesse della stanza. «Le acque del Lago d’Orta si stanno muovendo. Lo percepisco fin qui.»

Anthony si tolse i guanti, rivelando l'anello dei Rose che brillava debolmente alla luce delle candele. «La sintonizzazione è iniziata. Martina è andata persino da una psicologa di coppia insieme a Gabriele. Cercano risposte nella scienza degli uomini, credendo che i loro blocchi siano semplici ferite della mente.»

La Maga accennò un sorriso freddo, quasi compassionevole. «Poveri stolti. Credono che il Velo della Realtà possa essere squarciato con la psicanalisi. Non capiscono che quello che loro chiamano "conflitto" o "paturnia" è solo il risveglio della memoria genetica di Martina. La sua biologia sta rifiutando l’innesto con un corpo estraneo.»

«Gabriele», mormorò Anthony, camminando lentamente verso la finestra. «Un contenitore deperibile che tenta disperatamente di trattenerla. La nonna lo ha svalutato, e ora lui arranca. Nella seduta di coppia è emersa tutta la sua fragilità. Cerca di fare il forte, di controllare la gestione del bar al Mottarone e del chiosco all'Antica Darsena, ma lo fa solo per elemosinare considerazione. Sente che Martina gli sta sfuggendo e si posiziona come la vittima, sperando che lei si trasformi nel suo salvatore.»

«Una dinamica misera e prevedibile», sentenziò la Maga, muovendo un dito sulla superficie dell'acqua nel bacile. «Gabriele ha bisogno di sentirsi un "Dio" per non guardare il vuoto che ha dentro, ma Martina non è il suo medico. Il suo destino è un altro. Più lui tenta di legarla a sé con i suoi complessi di inferiorità e le sue pretese sul chiosco e sul bar, più la frequenza ereditaria dei Rose la spinge a staccarsi. Il corpo di Gabriele è già morto per noi; non ha l'energia magnetica per resistere al flusso.»

... Anthony si voltò, lo sguardo serio. «E l’ispettore? Sergio si muove nell’ombra. Ha cercato di avvicinarla offrendole tutele legali sul caso di sua mamma Laura. Vuole fare l'eroe protettivo, il porto sicuro. Si è infilato nella frattura tra Martina e Gabriele come un salvatore coscienzioso.»

«Sergio è l'ostacolo più pericoloso, perché è guidato da un'illusione di giustizia terrena», rispose la Maga, sollevando gli occhi magnetici verso Anthony. «Pensa di proteggere la ragazza, ma in realtà sta solo nutrendo il proprio ego, recitando la parte del custode della legge. Non sa che la scomparsa di Laura non è un caso giudiziario da risolvere, ma un Passaggio Rituale necessario per la permanenza della coscienza. Laura è custodita nel Pioppo dell'Antica Darsena, e Martina risuona con quella memoria ogni volta che si allontana dalle banalità quotidiane di quegli uomini.»

La Maga si alzò, avvicinandosi a un antico tavolo di mogano su cui posava una riproduzione in ottone della Ruota di Cesare. I 32 simboli esoterici sembravano attendere solo la combinazione finale.

«Lasciali agire, Anthony», concluse la Maga, sfiorando il metallo impresso con i glifi sconosciuti. «Lascia che Gabriele si consumi nel suo risentimento e che Sergio si perda nel labirinto delle sue indagini. Ogni loro mossa, ogni litigio per il bar sul Mottarone o per il chiosco all'Antica Darsena, ogni lacrima nello studio della terapeuta non fa altro che indebolire le difese umane di Martina. La stanno spingendo esattamente dove noi vogliamo: verso il distacco totale dal mondo visibile. Presto il suo contenitore sarà pronto per accogliere la continuità dell’essere. La sintonizzazione biologica è quasi completa.»

La puntata si chiuse con Anthony che guardò la Ruota, poi i tetti grigi di Notting Hill. Il copione era scritto. I tormenti dei mortali erano solo il carburante per il risveglio dei Rose.

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...continua con la puntata 48 venerdi 26 giugno...ore 21:00 dal vivo...

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